Categorie: Opinioni

EMERGENZA DEMOCRATICA – Un appello per il 25 aprile. Liberare il Paese dall’ignoranza chi vota e non vota. E non sa ancora dove si vota

di Stefania Piazzo – Oggi l’emergenza, sinceramente democratica, sono l’astensione e il voto di pancia. Un amico, Luca Cappellini (dell’associazione Epistocrazia), in piazza ad un gazebo lombardo in campo in una civica, scrive: “Ieri abbiamo fatto il gazebo elettorale. Due persone diverse mi hanno chiesto “dove si vota?” Approfondendo volevano votare per il sindaco direttamente in piazza”. Siamo ad Assago, alle porte di Milano. Milano…

NON SAPERE DOVE SI VOTA

Stupiti? Eppure questo è il Paese reale. Che non si vede più rappresentato dai partiti ma anche che non sa o non ha ancora capito come si debba esercitare il diritto di voto. Dove devo votare? Posso farlo anche al gazebo? E’ lì che il consenso deve essere imbustato? Figuriamoci poi in quale contesto questo voto matura e si alimenta.

CORTELLESI, IL POTERE DELL’URNA

Forse il finale del film di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani” che più fa riflettere è quel foglietto custodito e nascosto con la chiamata al voto per le donne, per la prima volta. Esercitare il diritto di esprimere, a rischio di botte, la propria identità, il proprio pensiero, non conta a favore di chi ma conta il farlo, esalta in modo straordinario la dignità di una volontà che però oggi non sa trovare una voce, una rappresentanza.

Si sapeva però DOVE andare a votare. Si sapeva che occorreva mettersi in fila, con l’abito buono. Oggi il voto viene scambiato per un concorso, “dove infilo lo scontrino?”. “E’ qui che metto il like?”.

BULIMIA E TIFO DA STADIO

Ecco. In questi giorni è bulimia di informazione e polemiche sulla vicenda Scurati in Rai. E’ bene se ne parli. Se non ci fosse libertà di espressione, nessuno avrebbe saputo dell’approssimazione con cui la rete pubblica ha maldestramente gestito la vicenda. Ma anche questo è il frame del Paese reale. Gestito sbrigativamente da pasticcioni, dove la competenza è un luogo comune, indesiderabile. E dove però l’informazione e i partiti ancora non trattano a fondo la questione dell’incapacità della politica di rappresentare in modo strutturato le istituzioni. E di formare cittadini consapevoli, non tifosi con la maglia della rispettiva squadra. I partiti su ogni maglio contro un avversario vanno in fissa.

INVIDIA DEI COMPETENTI

L’altro giorno Aldo Grasso ha scritto sul Corriere un editoriale, “La politica e l’invidia per la competenza”, dedicato al tifo pro e contro Draghi. E chiude così: “Il politico invidioso è quello che non si chiede a cosa serva la competenza (altre sono le capacità di manovra) senza accorgersi che proprio la competenza è l’oggetto della sua invidia”.

Sì. Non basta dire che fascismo e comunismo sono categorie superate, arnesi da museo della storia, per evitare l’affermazione diretta di proclamarsi antifascista o anticomunista. Ma cosa fanno i partiti per evitare i nostalgici dell’uomo forte, nostalgici che abitano però nei metodi sia di qua che di là?

IL REGIME HA TUTTI I COLORI

Quali sono i “metodi”? Umberto Bossi li chiamava “nazisti rossi”, per dire che c’era un sistema tutt’altro che democratico, per fare politica, attaccare l’avversario che non la pensava come te con la censura, con la stampa schierata, con la leva giudiziaria… metodi che non sono solo neri o rossi ma antidemocratici, da regime. Il termine regime è la sintesi. Che sia rosso o nero, sempre regime è.

Imbrigliati dentro queste logiche ci sono dentro quelli che vivono ancora nella ricerca della contrapposizione da sessantottino, quelli che se non sei un compagno non sei democratico. E ci sono pure gli imbecilli che fanno il saluto romano. Che se non sono vestiti di nero non stanno bene. Malati di reducismo. Entrambe. Come quelli che allo stadio sfondano le recinzioni e si menano tra loro.

RAPPRESENTANZA SMARRITA

Ma non c’è soluzione perché quella parte che si dice più democratica di un’altra, ha un problema, e grosso, di rappresentanza. Non rappresenta più l’operaio. Non rappresenta più la borghesia, il ceto medio che cerca una moderazione liberale evoluta. Non rappresenta i giovani, che se ne vanno dall’Italia. Cerca voti al Sud che come ogni anno ad ogni statistica non ce la fa, grazie ad una amministrazione inetta. Non ha sfondato al Nord perché il Nord non lo vuole capire. Oppure, il Nord lo ha declassato a provincia per cercare voti al Sud. Una classe dirigente mediocre, con tutto il suo apparato, si aggrappa al caso del giorno per spostare il consenso. Per demolire a colpi di olio bollente la torre. Ma è il metodo comune di destra e sinistra. Che non si scannano sulla competenza, mai.

I leader poi per fare politica spostano pure la questione dentro il simbolo, mettendoci ben grande il proprio nome. Un colpo di genio…

Chiedersi perché si perde? No. Meglio gridare che gli altri vincono perché sono peggio.

Qual è la tua visione di Stato? Di sanità? Di politiche sociali? Di scuola? Di difesa dell’informazione?

Ancora una volta il 25 aprile diventa terreno di divisione, di odio politico.

FASCISTI DA PRENDERE UNO AD UNO

Ricordiamo una piccola parentesi di storia. Quando cioè per Umberto Bossi la Camera (democratica e antifascista) dei deputati, non si appellò all’immunità parlamentare quando l’allora segretario federale in un comizio affermò in merito a chi votata per la destra «perché al momento giusto la lega andrà casa per casa a prenderli; li abbiamo già cacciati i fascisti dal nord, è guerra con i nemici (…) su questo non scherzo…».

Con il linguaggio forte ed estremo della provocazione, però, Bossi affermava a voce alta, quel 4 agosto 1995 alla festa della Lega ad Albano Sant’Alessandro, che spazio per i reduci non poteva essercene. Lo disse con uno strappo indifendibile, fuorilegge, secondo i deputati. Ma lo disse.

Ma prima ancora passò alla storia quel “Non tratto con i fascisti” quando iniziò a discutere di alleanze con Berlusconi nel febbraio del 1994. La si chiami strategia o altro, ma andò così. Tutto va letto con i filtri del tempo, i mattoni a terra a Berlino erano ancora “caldi”. Ma il Senatur non voleva il reducismo.

PATTO COMUNE PER LIBERARSI DALL’IGNORANZA

E’ davvero utile il pendolo del 25 aprile da una parte o dall’altra o è urgente trovare un patto comune per liberare dall’ignoranza il Paese che vota e non vota? E non sa ancora come funziona andare a votare? Per chi sono morti e si sono battuti coloro che ci hanno portato al 25 aprile, per un pugno di grotteschi imbonitori o c’è altro da sperare?

Nella foto piazzo© in apertura, la delegazione della Lega a Milano in piazza Duomo il 25 aprile 1995

Stefania Piazzo

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