Scuola, le profonde differenze regionali che non dipendono dal Covid

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di Stefania Piazzo – Abbiamo assistito in queste settimane al dibattito sulla riapertura delle scuole. Ogni regione ha detto la sua. Così come ogni regione ha fatto a modo proprio con la sanità. C’è chi ha gestito bene, chi in modo confuso e negligente l’emergenza. Ma, di fondo, nessuno ha parlato di livelli essenziali di assistenza anche nell’ambito dell’emergenza, come se garantire un minimo vitale uguale per tutti fosse un tema da escludere dal dibattito. Entra in gioco la responsabilità non solo di spesa ma di buona amministrazione. Capirai!

Ecco, come la sanità, anche la scuola dovrebbe garantire livelli essenziali di assistenza, di educazione. Ma questo non accade. Non c’è in questo servizio l’intento di contrapporre una parte del paese contro un’altra. Piuttosto ci si chiede come mai non vi sia ancora responsabilità da rispettare e onorare nell’educare. Abbiamo preferito far parlare gli altri, attraverso voci diverse che hanno fotografato i solchi culturali ancora esistenti da Nord a Sud nella pubblica istruzione. E’ inammissibile.

Perché i test invalsi dimostrano il gap culturale. Dal Corriere della Sera, a firma di Roger Abravanel, 4 agosto 2017.

“Il ministero della Pubblica istruzione (Miur) ha appena comunicato gli esiti della maturità di quest’anno e la notizia riportata dai quotidiani è che sono aumentati i cento e lode in tutto il Paese. L’aumento non è enorme, mediamente il 5 per cento. Ma era l’unica novità da segnalare perché l’ennesimo straripante successo delle scuole del Sud che hanno molti più 100 e lode di quelle del Nord non fa più notizia, dato che sono otto anni che lo segnaliamo dalle pagine del Corriere. Semmai, quest’anno ci sono un po’ più di dati pubblici per documentare meglio lo scandalo. La Puglia è il campione nazionale della maturità con 944 cento e lode, un po’ meno di tre volte dei 337 della Lombardia, ma se si tiene conto del numero degli studenti il gap sale a 5 volte . In Puglia 26 studenti su mille hanno avuto la lode contro i 5 in Lombardia.

Ma l’analisi delle prove Invalsi di italiano del 2016 sulla seconda superiore (studenti lontani tre anni dalla maturità, ma un riferimento valido) dimostra che le scuole pugliesi sono decisamente peggiori di quelle lombarde: 54 per cento di risposte esatte in Puglia contro 64 in Lombardia e punteggio complessivo di 193 contro 213. Anche nel resto del Paese, il successo delle scuole del Centro-Sud non è giustificabile. La Campania ha avuto 12 studenti su 1.000 con 100 e lode. Il Lazio 10. La Calabria 20. Mentre nelle regioni del Nord, oltre ai 5 su mille della Lombardia, sono stati 8 su mille in Veneto e Piemonte. Questi voti sono esattamente invertiti rispetto ai risultati Invalsi, che per il resto delle regioni del centro-sud sono molto inferiori a quelli del nord”.

Qualche preside, anzi, qualche dirigente scolastico, come spiega questi numeri? Andiamo oltre.

Dati Ocse 5 ottobre 2017 Titolo Ansa: Ocse: pochi laureati e bistrattati. Performance studenti del Sud indietro di un anno

“L’Italia, negli ultimi anni, ha fatto notevoli passi in avanti nel miglioramento della qualità dell’istruzione”, ma forti sono le differenze nelle performance degli studenti all’interno del Paese, “con le regioni del Sud che restano molto indietro rispetto alle altre”, tanto che “il divario della performance in ‘Pisa’(gli standard internazionali di valutazione) tra gli studenti della provincia autonoma di Bolzano e quelli della Campania equivale a più di un anno scolastico”. Così l’Ocse nel rapporto sulla ‘Strategia per le competenze’. Pochi laureati, poco preparati e ‘bistrattati’ – “Solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato rispetto alla media Ocse del 30%”, afferma ancora il Rapporto.  Inoltre “gli italiani laureati hanno, in media, un più basso tasso di competenze” in lettura e matematica (26esimo posto su 29 paesi Ocse). Non solo, quelli che ci sono non vengono utilizzati al meglio, risultando un po’ ‘bistrattati’. L’Italia è “l’unico Paese del G7″ in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine”.

Allora, concludiamo interrogando la dotta politica che governa, alternandosi, la pubblica istruzione. Chi ce lo spiega questo distanziamento culturale che genera studenti di primo e di secondo livello?

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