Sanità veneta. Il medico che certifica i morti (per Covid?). Ma ce la racconta giusta?

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di Benedetta Baiocchi – Più lettere. All’Uls, al prefetto. Ai vertici sanitari. Il medico necroscopo che viaggia in un pezzo di Nordest, racconta un’altra sanità. Non sembra essere quella che si vede nelle conferenze stampa. E’ la sanità che starebbe dietro le quinte dell’epidemia.

Racconterebbe di aver scritto e illustrato alle autorità come sono i luoghi in cui opera.

Cosa si troverebbe scritto? Usiamo il condizionale, e poniamo caso sia esattamente il contrario di quanto descrive con minuzia.

E’ vero o non è vero che lo studio principale sarebbe al primo piano di uno stabile in ristrutturazione (parzialmente ristrutturato solo al piano terra), con un bagno non a norma?

E’ vero o non è vero che lo studio verrebbe impiegato anche come magazzino, archivio di documentazione di altri uffici non inerenti la necroscopia?

E’ vero o non è vero che vi sarebbero fascicoli sanitari accessibili a chiunque? E che gli infissi sarebbero obsoleti, con vetri rotti, cavi elettrici liberi sul pavimento… e che l’adiacente ambulatorio che dovrebbe essere usato per le visite mediche non rispetterebbe nessuna norma in vigore?

Il medico scrive anche di un secondo ambulatorio. E’ vero o non è vero che sarebbe stato ricavato da una ex cella mortuaria nei sotterranei dell’obitorio adiacente?

Ed è vero che altre ex celle mortuarie sarebbero in parte usate come magazzino-archivio cartaceo-sosta temporanea salme e in prossimità delle celle frigorifere mortuarie e della sala osservazione cadaveri?

E’ vero o non è vero che il riscaldamento sarebbe affidato ad un obsoleto termosifone elettrico mobile? E che non vi sarebbe aspirazione per il foetor mortis?

Racconterebbe di effettuare al tempo del covid almeno 10 visite necroscopiche al giorno. Sia per morte naturale che per cause violente.

Il medico copre circa 20-25 comuni, oltre che obitori e camere mortuarie delle rsa. Oltre che visite a domicilio delle salme e dovunque sia necessaria una visita necroscopica o una cremazione escludendo un reato. Almeno 100 chilometri al giorno.

Poi però entra nel merito. Perché è verosimile o no pensare che vi siano dei focolai nascosti? E’ possibile che sia facile lo spargimento del contagio?

Essendo la denuncia di morte non dirimente, afferma che è difficile venire a conoscenza se la morte sia sopraggiunta per febbre intercorrente o per una sindrome influenzale pregressa.

E’ il 23 febbraio scorso ma al medico non sarebbe stato ancora fornito un pacchetto di norme comportamentali anticovid. E’ mai possibile che l’Usl non avesse ancora fornito indicazioni o norme comportamentali per il contenimento e la prevenzione di ipotetici focolai dal cadavere, derivanti dalla visita alla salma? Ci pare impossibile! Forse il medico si era distratto e non aveva letto le disposizioni.

Poi il medico avrebbe aggiunto che una attrezzatura adeguata per le visite necroscopiche avrebbe fatto la differenza. Lo stesso dicasi per la disinfezione degli obitori, che immaginiamo siano state solerti, immediate, ripetute… Idem per la disinfezione delle abitazioni private, dove senz’altro l’usl ha provveduto per sanificare. Non c’è dubbio che sia stato sempre fatto. Compresa la dotazione di mascherine e guanti e camici a disposizione del necroscopo. Secondo lui, invece, l’esatto contrario. Con una sanità così efficiente, non gli si può dar credito.

Poi c’è una nota…. Il medico è a casa in malattia. E scrive: “Non è prevista esecuzione di alcun test prima di riprendere il diuturno lavoro di medico mecroscopo”. Ma come? Non ci crediamo. Ma se è proprio il Veneto la Regione che ha fatto da apripista per tamponi e test e guida la classifica del miglior contenimento? Suvvia, dottore, la racconti giusta. In più, in un’altra missiva, avrebbe persino avuto il coraggio di dire che nell’obitorio in cui opera vi sarebbero solo tre mascherine condivise. Ma no! Sono state distribuite al mondo intero! Non gli crediamo. Di certo poi i tamponi erano disponibili per tutti, che cosa serviva che chiedesse di essere sottoposto all’esame? C’avrebbe pensato l’Usl a tempo debito.

In un’altra lettera, ancora, a metà marzo si lamenterebbe perché avrebbe avuto in dotazione sei mascherine a suo dire non a norma. E invita nuovamente alla sanificazione degli obitori. Ma di certo l’Usl ha provveduto, perché così tanta ostilità, non si fida della sanità veneta, dottore?

Scrive anche come e se possano i familiari accedere alla sala per il commiato del defunto a cofano aperto. Ma no, dottore, avrà visto male, i cofani erano già chiusi.

Arriva la risposta degli uffici sulle modalità di commiato. Leggiamo.

Nessun problema. Estremo saluto garantito. Un po’ in controtendenza rispetto a quanto visto e registrato altrove. Il cadavere si avvolge coi vestiti in un lenzuolo. Ma non ci hanno raccontato alcuni familiari che sono riusciti a salutare per l’ultima volta il proprio caro, di averlo visto disteso nudo senza abiti? Paese che vai, usanza che trovi?

Insomma, non si lamentino i veneti. Altrove i cadaveri non si vedevano, si salutava la salma una volta tornata dal forno crematorio. Spiega invece il dirigente sanitario: stando a distanza e con i dispositivi di sicurezza, che problema c’è?

Ad aprile il medico scrive ancora. E questa volta si lamenterebbe per un’altra situazione di certo inventata, non c’è dubbio. E scrive di aver eseguito una visita necroscopica. La documentazione del decesso sarebbe stata a vista in un angolo dell’obitorio. C’era più di una salma presente. E così, il medico si interroga: ma in una cella mortuaria, locale infetto o potenzialmente infettante, che ci fanno delle carte? Non andrebbero viste in un locale a parte? Forse il dottore ha visto male. L’ufficio c’era e le carte non erano con i cadaveri. Poi chiede un bagno per potersi cambiare e seguire le operazioni di vestizione-spogliazione. E infine la solita richiesta: la sanificazione.

Figuriamoci se non c’era un locale ad hoc per la vestizione così come un bagno e figuriamoci poi, ancora, se non è stato sanificato l’obitorio.

Mah, che dire. Di medici così la sanità veneta non ne ha bisogno. Si lamenta sempre, mette in dubbio la corretta prevenzione da Covid. Con tutto quello che sentiamo, leggiamo sul successo veneto, lui è il bastian contrario che forse è meglio non avere tra i piedi. Vero?

Photo by Sandy Millar

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