Il sindaco coraggio, Danilo Centrella (che si taglia lo stipendio): “Oltre il no ai test, non volevano neppure disinfettassi le strade! Vi spiego come, senza seguire Regione Lombardia, ho fermato i contagi”

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di Stefania Piazzo – Prima del coronavirus Cocquio Trevisago era un Comune sconosciuto alle cronache. Poi è arrivato lui, un sindaco diverso dagli altri, il ciclone Danilo Centrella. Un medico con la passione per la politica. Un politico che da medico ha da subito consapevolezza di quanto sta per arrivare. Cerca le mascherine. E le trova. E’ febbraio. E non sono usa e getta. Le distribuisce tre mesi prima di Fontana e Gallera. Sanifica le strade, quando l’Istituto superiore di sanità scrive che non è dinostrata l’efficacia e, anzi, è inquinante disinfettare le piazze. E la Regione con Ats si accodano. Ma lui già a febbraio pulisce strade e piazze.

Poi inizia il braccio di ferro sui test sierologici. Forza le misure che lo vietano, che non lo richiedono, che non lo “auspicano”. Che gli “suggeriscono”… “Sindaco lascia stare”. Lui non ascolta i “consigli” e inizia i test. E mappa il suo territorio. Si taglia lo stipendio, la sua giunta lo segue. Finanziato da alcune aziende e con i soldi risparmiati dai gettoni di presenza, paga i test.

Nella strategia della prevenzione e del contenimento non è solo un piccolo Zaia lombardo, Centrella è una vedetta della sanità che anticipa, traccia, testa, e alla fine porta la Regione a dover cedere. Perché la Lombardia dopo un no ai test nei laboratori privati, ha aperto a questa possibilità. E siamo già a maggio, peccato che il virus abbia corso, nel frattempo, e che la Fase 2 inizi con un paradosso.

Se il test è positivo, toccherà rifare la quarantena. Sì, se asintomatici ci si dovrà rinchiudere in casa. Mentre la quarantena di tutti è teoricamente superata!

Signor sindaco, ci racconta come è nata la sua battaglia contro un sistema che arriva sempre il giorno dopo?

“Si riferisce a quelle sette lettere? Scrissi ad Ats, Regione, assessorato al Welfare, prefettura perché c’era una struttura residenziale per anziani disabili che vedevo a rischio, e la situazione stava per diventare esplosiva. Scrissi sette volte perché nessuno si faceva vivo.

C’erano numerosi casi di contagiosità al suo interno. Le numerose lettere che avevo inviato ad Ats e in Regione erano rispetto a questa struttura che secondo me non era gestita in maniera adeguata soprattutto rispetto all’isolamento e alla potenziale trasmissione del contagio.
Avevo riscontrato la non collaborazione di Ats, associata alla grande paura dei cittadini del territorio”.

Poi la sua battaglia si è postata sulla necessità che lei avvertiva impellente di garantire i test sul suo territorio. Perché?

“Perché la Fase 2 era imminente. Mi chiedo: come si può anche solo immaginare di riaprire senza avere un quadro il più possibile certo dello stato di salute dei cittadini? Andiamo a fortuna? Giriamo la ruota sperando che gli asintomatici non attacchino il virus a qualcuno? Vede, l’Oms definisce lo stato di salute come uno stato di benessere fisico psicologico e sociale. Io ho dipendenti che facevano avanti e indietro, in quella struttura per anziani. Non li testo? Non li dovevo testare? E i cittadini che tornano al lavoro? Dopo 40 giorni di isolamento, con un grosso peso economico e sociale sul territorio, potevo rischiare? Dovevamo fare un salto nel buio sperando che le mascherine che la Regione non ha distribuito fino a pochi giorni fa avessero fatto il miracolo nei comuni confinanti?”.

Ci parli dello screening della discordia, quello che ha fatto infuriare Ats e Regione.

“Ho fatto uno screening (dopo le diffide di Ats sulle mie azioni) in controtendenza rispetto a quello che diceva Regione Lombardia. Ci hanno detto che si poteva entrare in Fase 2 perché più del 30% delle persone potevano essere già entrate in contatto col virus, quindi si era sviluppata l’immunità di gregge. In realtà solo il 2,4% su un campione di 1.100 è entrato in contatto col virus. Tutti gli altri non sono mai venuti in contatto col virus né per quanto riguarda la contagiosità né per l’immunizzazione. Io ho definito la Fase 2 in realtà una Fase 1. Perché la Regione non ha gestito in modo adeguato la Fase 1.
Vogliono farci seguire numeri che dicono tutto e nulla. Aaìbbiamo chiuso tutto. In realtà abbiamo avuto una fase di rallentamento importante della contagiosità, senza un sostegno alla popolazione perché il sistema sanitario è andato in crisi”.

Perché il sistema lombardo non ha retto, perché la gente si è trovata sola, a casa, senza tamponi, senza accertamenti diretti? Colpa dell’ultima riforma della sanità della giunta Maroni?

“Anche. Il punto è che in Regione Lombardia abbiamo puntato sulle grosse eccellenze ospedaliere, basti pensare che in Italia ci sono solo 10 robot che costano dai 2 ai 3 milioni di euro. La Lombardia ne ha 22! Tutto l’impegno è stato dirottato per costruire ospedali all’avanguardia. Però lo fai se hai una attività territoriale importante, in realtà è stata smantellata completamente, indebolita e adesso si vedono i risultati.

E’ stato disarticolato il sistema sanitario? Perché?

“La parola d’ordine è stata: chiudere perifericamente.. fondere, col risultato di far scappare molti medici bravi… Io vedo ospedali di super eccellenza con robot sottoutilizzati, sono stati fatti grossi investimenti sulla sanità ospedaliera perché le aziende devono generare profitto. Ecco perché. E il sistema territoriale non c’è. Lei dice: la gente è stata lasciata sola.

Prendiamo le Usca, ovvero l’Unità speciale di continuità assistenziale. Ebbene, io non le ho ancora viste sul nostro territorio. Quante volte è stata attivata l’Usca? Per una decina di persone a Varese. A Como ancora di meno. Stop”.

Per meglio capire, le USCA sono finalizzate alla gestione domiciliare dei pazienti affetti da COVID-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero. L’intervento dei medici delle USCA è attivato dal Medico di Medicina Generale o dal Pediatra di Famiglia nel momento in cui si evidenzia la necessità di una visita domiciliare. L’attività dei medici USCA è rivolta ai pazienti COVID19 – dimessi dalle strutture ospedaliere o mai ricoverati – con bisogni di assistenza compatibili con la permanenza al domicilio e per la cura a casa di pazienti con sintomatologia simil influenzale, di cui non è certificata l’eventuale positività ma che devono essere considerati come sospetti casi COVID).

Quindi, niente test, tamponi in ritardo, mascherine dopo tre mesi… E niente Usca?

“Se guardiamo i numeri la prima cosa che andava potenziata era proprio questa, la medicina territoriale. Quindi va benissimo la Fase 2 ma dobbiamo avere un supporto periferico importante, cosa che non vedo ancora.
Per non parlare della progettualità sulla pandemia che risale ancora al 2009, al tempo della Sars!”.

Eppure le immagini dalla Cina le vedevano anche in Regione Lombardia.

“Ho colleghi in Cina e seguo da vicino quello che fanno loro. Parliamo di sanificazione degli ambienti. Abbiamo iniziato a farle nel mio Comune da febbraio, molto frequentemente. L’Istituto superiore di sanità invece aveva mandato delle comunicazioni per dire che non è sicuro che le sanificazioni funzionino. Ne hanno quindi limitato l’utilizzo. Si rende conto? E Regione Lombardia non ne fa cenno. Si adegua. In merito alla “disinfezione stradale e delle pavimentazioni urbane su larga scala” secondo l’Iss non è accertata un’utilità nel rinforzare tale pratica al fine di prevenire o limitare la trasmissione del Covid-19 in ambienti esterni. Ah sì? Davvero? Insomma, meno se facciamo meglio è, altrimenti sai che inquinamento. Ma basta ragionare con la propria testa. Io le ho fatte, le rifarei e non me ne pento”.

Forse le hanno frenate per una ragione di costi. Cosa che sarebbe assurdo in una pandemia!

“Erano così sicuri di quello che dicevano e non dicevano di fare che attualmente ci sono finanziamenti governativi per fare le sanificazioni! Ma io dico: se non sai, guarda chi c’è passato prima, la Cina, la Germania. Se noi abbiamo 15mila decessi e il Veneto 1500 ci sarà un motivo! Nessuno che faccia autocritica! Anzi”.

Cosa le è costata l’attività di tracciatura con i test?

“Abbiamo dato una indicazione di giunta al nostro funzionario per vedere quali fossero le aziende sul territorio disponibili. Su 5 ne abbiamo scelta una, la più competitiva: 25 euro a prelievo contro una media di 45 euro. Ma l’interesse era avere uno studio epidemiologico per mappare il territorio, sulla scorta di una ricerca del dr. Bassetti dell’Università di Genova.
Ma poi io mi sono basato sull’articolo 37 della Costituzione, la Repubblica tutela la salute dell’individuo come un bene assoluto. Se non lo fanno gli enti superiori al Comune, come sindaco lo faccio io.
Ho chiesto dei finanziamenti alle aziende, per non pesare troppo sulle casse del Comune. Mi sono decurtato lo stipendio e con me la giunta. Abbiamo raggiunto la cifra di 25.700 euro per lo screening sul territorio, aiutati anche dai volontari”.


Ora la Regione dopo mesi, ha dato l’ok ai test presso i laboratori privati.

“Faccio una domanda: Ats avrebbe preferito che non si conoscessero i casi? Perché vede, per questa attività Ats mi ha diffidato. Poi ho scritto a loro, e sia al governatore Fontana e all’assessore Gallera, che grazie alla nostra attività avevamo isolato 22 famiglie contagiose. L’Ats, che è l’Agenzia di tutela della salute, alla fine ha dovuto prendere in carico i casi, dai tamponi al resto, facendo una convenzione tra Comuni e Ats. Se io faccio screening e sono positivo, attraverso il medico di base lo si comunica all’Ats e loro si comportano di conseguenza. La fase di contagiosità va sempre vista con un esame diretto cioè con un tampone. Basta esami indiretti!”

La Regione Lombardia ha ceduto, in ritardo. Ora dice sì ai test sierologici e apre ai laboratori privati.
Prima c’era un muro. Sta di fatto che sia le aziende che riaprono ma non hanno una mappatura dei lavoratori, sia i privati cittadini, potranno sapere cosa circola nel loro sangue dopo mesi di pandemia. Se hanno o meno contratto il virus. Se sono asintomatici o meno. E siamo al 7 maggio! Ma attenzione, chi risulterà positivo, seppur asintomatico, dovrà mettersi in quarantena. Cioè ritornare a chiudersi in casa, come se i 50 giorni già passati tra le mura domestiche o andando a lavorare durante la Fase 1 di lockdown, non ci fossero mai stati.
E’ la sanità lombarda! Quella che tanti sindaci sul territorio contestano, per lentezza, per assenza, per mancanza di prevenzione e risposte all’emergenza mentre dilagava il virus.

Il Veneto ha iniziato a mappare la popolazione tre mesi fa, la Lombardia lo fa ora, a carico dei privati che si pagano i test?
Ripartiranno nuove quarantene?

“E’ così. Abbiamo messo prima in ginocchio le aziende del territorio, il Covid in questo momento è pure considerato infortunio sul lavoro. Quindi, da una parte abbiamo fermato l’attività lavorativa, poi dall’altra puniamo le imprese dopo che sino a ieri non gli si è dato il permesso di fare screening. Per cui l’azienda non poteva e non può sapere quali dei suoi dipendenti sia eventualmente positivo ma se dovesse avere avuto una contagiosità in azienda, ne è responsabile sul piano civile e penale.
Uno scaricabarile pazzesco. . Il Covid è il più democratico, non è nè di destra né di sinistra. Qui contano i fatti, non le parole, le conferenze stampa. Servono eticità e competenza. Chi non ce l’ha sarà spazzato via”.

Mascherine, un altro balletto, i guanti non si sa dove trovarli!

“Mascherine! E’ un capitolo a parte. Erano introvabili, le ho recuperate, le ho importate e le ho distribuite a tutti i miei cittadini già a febbraio. E sono poliuso, non sono le usa e getta che sono state distribuite attraverso la Regione e che hanno una durata di 6 ore. Io le ho distribuite già a febbraio, capisce?! Ora esce Regione Lombardia facendo i selfie su facebook annuncia di distribuire milioni di mascherine. Le distribuiscono a pacchi di 25 ai Comuni che devono andare a ritirarle e poi distribuirle con i volontari. E non è che le distribuiscono in una sola tranche. No, ogni settimana un po’ e quindi io devo inviare ogni tot i miei volontari a prenderle per poi distribuire mascherine monouso a rate. Al cittadino devo dire: guarda, io te le do poi però le devi buttare! Non ha senso. Dovevano distribuirle all’inizio della crisi, non a Fase 2 iniziata. Si fa un’ordinanza che obbliga l’uso delle mascherine e non sono ancora state distribuite?”.

Sindaco Centrella, quanto costerà un test andando in un laboratorio privato autorizzato?

“Noi per una analisi quantitativa più completa abbiamo avuto prezzi al di sotto del prezzo di mercato considerando il numero di test che abbiamo realizzato. Ma in genere si parla di circa 45 euro ad esame”.

Ecco il nostro primo servizio su Cocquio Trevisago

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