1997, non solo Serenissimi. Quando la Chiesa del Nordest scrisse: Saliamo sul Campanile! Quel documento che apriva all’autonomia

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di Stefania Piazzo – Mentre tutti guardano al Campanile di San Marco e a quella “scalata” dei Serenissimi nella notte dell’8-9 maggio 1997, noi de lanuovapadania volgiamo lo sguardo su tutti i campanili che, due anni dopo, attraverso i direttori di tutti i settimanali diocesani del Nord-Est, pubblicarono nel gennaio del 1999, un documento, “Ricominciamo da 57”. Fu un atto di coraggio. Quel numero, 57, mentre si registrava la politica fallimentare della Bicamerale, evocava l’articolo che apriva la strada a forme di autonomia regionale. Il mondo cattolico, di fatto, si era messo di traverso rispetto allo Stato della conservazione e del potere.

Ecco l’importante documento.

“Ci proponiamo – scrivevano i direttori dei settimanali diocesani – di far riflettere sul fatto che la riforma federalista si è bloccata proprio quando erano state poste le basi per un nuovo assetto statuale. Quella delle autonomie, infatti, è stata forse l’unica, certamente la più definita, proposta uscita dalla Bicamerale. Ma più si approfondisce il dibattito, più ci si accorge che, al di là delle affermazioni formali, forze politiche, apparati amministrativi, organizzazioni sociali, libere associazioni di fatto oppongono una forte resistenza a riforme in senso federalista”.

“Non tutte le realtà – proseguivano i direttori – sono in grado di assumersi da subito l’impegno di autodeterminazione, lo sappiamo bene. La nostra proposta, che nulla ha da spartire con velleità secessionistiche ed ‘egoismi di ricchi’, spinge a far avviare l’autonomia almeno là dove le condizioni già lo consentono. Questo avrà un effetto positivo e trainante anche sul resto delle regioni italiane, proprio come è avvenuto in Spagna”. Tutti, concludeva l’editoriale, “anche i politici, potranno trovare in noi osservatori attenti, voce critica, sempre con l’unico scopo di collaborare. Perché l’Italia sia realmente un Paese unito, dalle Alpi a Lampedusa, rispettoso delle diversità e solidale con le realtà più deboli”.

L’articolo 57 proposto dalla Bicamerale e approvato a grande maggioranza dalla Camera il 23 aprile 1998 (280 voti a favore e solo 31 contrari), consentiva a tutte le Regioni italiane di accedere a forme particolari di autonomia, su iniziativa delle stesse. «Un minimo comune denominatore di impegno da chiedere ai parlamentari che l’anno scorso avevano votato a favore. Noi staremo qui ad incalzare i parlamentari e a spingere perché quel che di positivo ha il disegno di legge presentato dal Governo venga dibattuto in Parlamento», spiegava don Lorenzo Sperti, direttore dell’Amico del Popolo, settimanale diocesano di Belluno, quello che più degli altri aveva tenuto in prima pagina la questione federale, pubblicando in ogni numero le firme di chi sottoscriveva il manifesto “Ricominciamo da 57”, si leggeva sulla rivista Jesus di quell’anno.

Ma la stampa diocesana, tornò a dire la sua nel 2001, con una lettera a febbraio a tutti i parlamentari, per chiedere l’approvazione della riforma del titolo V della Costituzione: “Tale riforma costituzionale pur lacunosa, consentirebbe l’avvio della “stagione costituente” degli statuti regionali i quali, altrimenti, non possono decollare (…). Senza la nuova cornice costituzionale verrebbe meno la possibilità per le Regioni a statuto ordinario di riscrivere i propri statuti in chiave autonomista e federalista tale da valorizzare le capacità di autogoverno delle comunità locali… L’opinione pubblica è stanca di registrare solo parole e proclami e ritiene invece che sia il tempo di misurare l’evoluzione delle istituzioni democratiche verso processi sempre più vicini ai cittadini”.

Meglio che niente però…

Dopo l’approvazione, su “Gente Veneta”, uscì un editoriale sul testo varato: non la perfezione, “ma è un primo importante traguardo… Insomma, questa riforma costituzionale, pur minima, è la premessa per ogni ulteriore processo di cambiamento dello Stato verso vere forme di autonomia”. Che però non arrivarono mai.

Arrivarono invece le scomuniche.

Nel 2014, i direttori dei settimanali diocesani del Veneto, uscirono con una lettera congiunta:

“Lo confessiamo: non abbiamo votato al referendum on line per la separazione del Veneto dall’Italia. Stando ai numeri, almeno un elettore veneto su due avrebbe aderito alla proposta di staccare la nostra regione dal resto del Paese….

L’esito di questo referendum-sondaggio non va sottovalutato. Si aggiunge ai tanti indicatori di un malessere diffuso anche in Veneto. Si tratta di un disagio amplificato da una crisi economica che non trova soluzioni immediate, da uno Stato centrale che appare, a molti, sempre più lontano, da una politica che fatica a riguadagnare la china della credibilità. E così si affaccia all’orizzonte “la questione veneta” dopo che per più di vent’anni ha tenuto banco la questione settentrionale senza, peraltro, ottenere nulla di significativo.

“Il referendum segnala una difficoltà esistente e persistente alla quale vanno date risposte politiche. A tale riguardo va detto, senza timori e tentennamenti, che quello indipendentista è un progetto sbagliato, antistorico e impraticabile. Il prerequisito per qualsiasi proposta che punti a una risposta al grido che viene dai nostri territori è che sia credibile e percorribile e non inganni nessuno. Il disegno venetista non appare né credibile, né percorribile. Oggi più che mai, mentre il “miracolo del Nordest” ci appare già malinconicamente alle spalle, dobbiamo avere la consapevolezza che l’attuale crisi può essere vinta e superata solo se si è tutti uniti. L’Italia ha bisogno del Veneto e dell’Europa e il Veneto dell’Italia e dell’Europa”. Di quale Italia e cosa si intende per Europa?

“Gli scandali di questi ultimi anni, sull’uso di denaro pubblico che da Nord a Sud hanno attraversato molti Consigli Regionali e non solo, hanno evidenziato il fallimento delle Regioni proprio di fronte alla prova di una rinnovata e maggiore responsabilità. Nonostante questo restiamo convinti che il futuro dell’Italia passi per una compiuta riforma federalista, che sappia valorizzare ogni livello istituzionale secondo quel principio di sussidiarietà che tanti, a parole, evocano ma che è rimasto fin qui sostanzialmente ignorato nei fatti. Per vent’anni la politica ha saputo partorire solo riforme parziali o grossolane, dal titolo V alla “devolution”, mentre i problemi si acuivano. È tempo di una svolta sostanziale. Ma per tutto questo serve una politica davvero vicina alla gente, che metta al centro la ricerca del Bene comune, il rispetto della legalità, l’efficienza della macchina pubblica”.

Ma il dialogo tra la politica e il mondo delle parrocchie, che fine ha fatto?

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