Quella lettera a De Donno, il medico del popolo. Per ricordare che #nonsiamomammalucchi

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11 Maggio 2020, ecco la lettera che il nostro collaboratore e medico odontoiatra, Giuseppe Olivieri, ci aveva inviato e che avevamo fatto pervenire al professor De Donno. La ripubblichiamo perché De Donno era amato dalla gente. Tutto il paese era ed è ancora con lui. La terapia con il plasma è un patrimonio, ma forse non lo è stato per la scienza ufficiale.

di Giuseppe Olivieri

Stimato Prof. De Donno,
l’avevo subito pensato, osservando le immagini fugaci delle tue prime interviste.
Avevo la sensazione che lì, davanti a quelle telecamere, tu ci fossi capitato quasi per caso, per diffondere una parola di speranza e non certo per spirito di protagonismo.
Ti sono giunte critiche dettate dall’invidia personale, professionale e sociale.
Contestualmente, però, hai ottenuto e continuerai ad ottenere importanti riconoscimenti: fra tutti, “Nature” in “Convalescent serum lines up as first-choice treatment for coronavirus” ha sottolineato il ruolo importante della strategia terapeutica che tu, i colleghi e tutti i tuoi collaboratori state adottando.

Hai parlato di popolo. Per questo mi sei piaciuto subito. Del popolo che salva il popolo. Ed è vero. E’ un atto di amore. A-Mors: non volere la morte del prossimo ammalato attraverso la donazione di una parte di se stessi. Proprio in ciò consiste la plasmaferesi con cui hai ottenuto ottimi risultati, condividendoli poi con chi similmente, in assenza di protocolli universalmente riconosciuti, ha intrapreso altri percorsi terapeutici, ma con il comune intento di debellare il Sars Cov 2.

Sei riuscito a rompere gli schemi. Quelli che vorrebbero omologare ognuno di noi al sistema, sia esso scientifico, politico o affaristico.
Ti ritrovo ora in un video artigianale, dove sembri quasi volerti scusare per la scelta, dettata dalla prudenza, di oscurare i tuoi profili sociali.
L’immagine di te mentre parli, incrociando e sovrapponendo le dita delle tue mani. Le foto dei tuoi cari appoggiate su una mensola alle tue spalle. Il foglio posto davanti ai tuoi occhi per il timore di dimenticarti qualche virgola. Il pensiero rivolto alla tua realtà comunitaria. Tutto questo a conferma anche di un grande profilo umano.
E già ti immagino con i tuoi pazienti, dedito a quel rapporto empatico fondamentale per chi interpreta con abnegazione la nostra professione.
C’era il rischio che l’esperienza della Covid 19 portasse a confondere la figura del medico con quella di chi è incline a mettersi in posa dinnanzi alle telecamere, giudicando con boria e presunzione l’operato dei colleghi.
Tu ci hai ridato il volto autentico, quello umano, della medicina. A questo avevo pensato. Grazie, Giuseppe, medico.

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