Ora facciamo i fighi. Ma ce lo siamo dimenticati che a ottobre 2020 al 50% dei medici era vietato prescrivere tamponi?

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di Stefania Piazzo – Basta avere un discreto archivio e scorrere le notizie della prima era Covid per ricordare che nell’ottobre 2020 nel 50% delle province italiane il medico di famiglia non era affatto autorizzato a richiedere direttamente il tampone per la ricerca biomolecolare del nuovo coronavirus. Esistevano infatti “norme diverse a livello di Regioni, province o addirittura di singole Asl che determinano una situazione di estrema confusione”. Ad evidenziarlo era la Federazione dei medici di medicina generale Fimmg. “In circa il 50% delle province, dunque – spiegava a Paolo Misericordia della Fimmg – il medico puo’ prescrivere direttamente il tampone, prendendo anche appuntamento con i drive-in delle Asl per farlo effettuare al paziente e accorciando i tempi. Ma nell’altra meta’ il medico deve fare la richiesta alla Asl che poi, a sua volta, prendera’ in carico il cittadino convocandolo. Un passaggio in piu’, cioe’, che allunga inevitabilmente i tempi”.

La situazione “a macchia di leopardo” sul territorio emergeva da un sondaggio condotto dal Centro Studi della Fimmg in occasione del 77/mo Congresso nazionale della Federazione, in corso a Villasimius. Laddove c’e’ la prescrizione diretta del tampone, spiegava Misericordia, responsabile centro studi Fimmg, “i tempi sono piu’ celeri perche’, con la prescrizione, il cittadino puo’ recarsi direttamente al centro drive-in delle asl per fare l’esame.

Nel rileggere la cronaca di quei giorni sembra preistoria.

“Dove cio’ non e’ possibile, è necessario un passaggio in piu’, perche’ il medico deve inviare la richiesta al Dipartimento di Prevenzione via email (49% delle province) o registrarla su portale elettronico (42%); altri sistemi (ricetta SSN, telefonata, Fax) sono praticati dal 9% delle province. Saranno poi i dipartimenti, o gli uffici intermedi preposti, a prendere in carico il cittadino convocandolo per il tampone. Il tutto allungando i tempi”. Dall’indagine emerge inoltre che in un terzo delle province il risultato del tampone e’ disponibile entro due giorni; in un altro 28% dei casi sono necessari piu’ di 4 giorni.

Nell’81% dei casi il risultato del tampone era disponibile attraverso la consultazione di portali elettronici. Non solo: “In alcune province anche i laboratori privati o accreditati sono autorizzati a fare i tamponi, ma in altre no ed anche questo crea confusione”. Discorso analogo per le Usca (Unita’ speciali di continuita’ assistenziali), che spesso il medico non puo’ attivare. Dai dati raccolti si evidenzia che nel 98% delle province sono state attivate le USCA con i compiti di visita domiciliare per il paziente Covid o sospetto.

Il medico di famiglia, pero’, puo’ richiedere l’intervento delle USCA contattandole direttamente solo nel 42% dei casi. In alternativa, deve inviare una richiesta al Dipartimento Prevenzione (38%) o attraverso un medico coordinatore (8%). Inoltre, solo nel 4% delle province sono al momento attivati ambulatori gestiti dai medici di famiglia specificatamente indirizzati alla valutazione di pazienti con sospetto Covid. “Appare molto difficile riuscire a contrastare con efficacia il riaccendersi di focolai sul territorio se al medico – conclude Misericordia -non viene permesso ancora di prescrivere direttamente l’esecuzione di un tampone”.

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