Matteo, il Covid non è un complotto Made in China – Aviaria, Sars, peste suina… Nella richiesta spropositata di carne la lunga marcia del Covid 19

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Torna la teoria del complotto, del Covid scappato non per caso dal laboratorio. Lo afferma in Senato, la Camera alta del Parlamento italiano, Matteo Salvini, leader della Lega. Ciascuno può pensarla come crede. Però quando si sostiene un’idea non basta esprimere un’opinione, occorre ragionare sui fatti. Oggi la Lega sostiene che il coronavirus sarebbe nato in un laboratorio in Cina. Semplifica tutto e trova subito il mandante. Magari però le risposte ai problemi non possono essere sempre così semplici e risolutive, come vorremmo. Lo chiede il consenso ma non per questo vanno cercate solo le scorciatoie. Per carità, possiamo anche sostenere che la Luna è quadrata e la Terra è piatta. E poi provarlo.

Per offrire uno spunto di riflessione riproponiamo un servizio esclusivo che avevamo pubblicato il 15 aprile scorso sulle nostre colonne. Che sfugge ancora a buona parte dell’opinione pubblica è che i virus non arrivano per caso. A monte c’è un’invasione di campo dell’uomo, e la necessità di ripensare all’uso dell’ambiente, della natura, degli animali. Comporta scelte complesse, un cambio di direzione. E’ molto più semplice dire che il Covid arriva da un laboratorio, e andare avanti a vivere come abbiamo fatto prima. Ammassando, distruggendo, e non cambiando sul serio la Terra. Qual è la vera rivoluzione? Credere alle favole o tornare umani? Buona lettura (la direzione).

di Stefania Piazzo – E’ il 2016, appena quattro anni fa. E nel sud della Cina accade qualcosa di tremendamente nuovo. I suinetti del Guandong muoiono di diarrea epidemica suina, detta Pedv. E’ un coronavirus. E muoiono anche quelli che non sono più positivi. E’ una strage. E’ la peste suina.

A bocce ferme, anni dopo, si fa avanti una tremenda verità. E cioè che quella drastica diminuzione dell’offerta di carne di maiale abbia trovato come alternativa alla richiesta di proteine animali il ricorso sconsiderato e fuori controllo di carne proveniente dalla fauna selvatica, una delle specialità del mercato della città di Wuhan, che alcuni ricercatori hanno segnalato come l’epicentro dell’epidemia di Covid-19.

Insomma, l’industria dell’allevamento ha le sue belle responsabilità nell’aver devastato le fattorie, incrementato nuovi mercati… Il resto lo sappiamo.

Ma cosa accadde anni prima con la Sars? Così nel 2017 scriveva l’autorevole Le Scienze.

Ma veniamo al presente. In un saggio pubblicato su El Diario, quotidiano indipendente spagnolo, e firmato dallo sceneggiatore Ángel Luis Lara che, in tempo di #restoacasa, ha approfondito i fatti qui raccontati, emerge una parabola scientificamente interessante, ripresa, tradotta e pubblicata di recente su Il Manifesto. Il titolo del saggio-articolo è: Non torniamo alla normalità. La normalità è il problema”.

“Secondo Christine McCracken, la produzione cinese di carne di maiale potrebbe essere crollata del 50 per cento alla fine dell’anno passato – si legge – Considerato che, almeno prima dell’epidemia di ASf (peste suina. ndr) nel 2019, la metà dei maiali che esistevano nel mondo veniva allevata in Cina, le conseguenze per l’offerta di carne di maiale sono state drammatiche, particolarmente nel mercato asiatico”.

Se ne andarono 24mila suinetti. La zona? Quella in cui tredici anni prima esplose l’epidemia di polmonite atipica conosciuta come SARS.

“Nel gennaio del 2017, nel pieno dello sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione di Guangdong, vari ricercatori in virologia degli Stati uniti pubblicarono uno studio sulla rivista scientifica “Virus Evolution” in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.

Le conclusioni della ricerca sviluppata in Cina furono coincidenti con lo studio nordamericano: l’origine del contagio fu localizzata, con precisione, nella popolazione di pipistrelli della regione.

Ma come fu possibile che una epidemia tra i maiali fosse scatenata dai pipistrelli? Cos’hanno a che fare i maiali con questi piccoli animali con le ali?”

Fu la rivista Nature a pubblicare un rapporto in cui si poneva l’attenzione sulla eccessiva vicinanza tra i macroallevamenti e le aree abitate dai pipistrelli. Lo studio, in altre parole, affrontava il possibile contratto tra fauna selvatica e bestiame.

Tra gli autori di questo studio compare Zhengli Shi, ricercatrice principale dell’Istituto di virologia di Wuhan, la città da cui proviene l’attuale Covid-19“.

Altri riferimenti scientifici?

E’ il 2004, ricorda il saggio, quando l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), più l’Organizzazione mondiale della salute animale (Oie) più l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), “segnalarono l’incremento della domanda di proteina animale e l’intensificazione della sua produzione industriale come principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche sconosciute, ossia di nuove patologie trasmesse dagli animali agli esseri umani“.

E, ancora, nel 2005, un rapporto di Oms e Oie e il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati uniti e il Consiglio nazionale del maiale di questo paese, si faceva presente, senza successo, il rischio di diffusione di malattie attraverso questa escalation incontrollata.

Oggi – leggiamo -, Cina e Australia concentrano il maggior numero di macro-fattorie del mondo. Nel gigante asiatico la popolazione degli animali allevati si è praticamente triplicata tra il 1980 e il 2010. La Cina è il produttore di animali allevati più importante del mondo“.

In altre parole, urbanizzazione e globalizzazione e fame di carne animale nei maxi allevamenti sono la porta aperta delle pandemie. Senza dimenticare che gli animali da allevamento sono tre volte di più della popolazione umana del pianeta.

Michael Greger, ricercatore statunitense sulla salute pubblica e autore del libro “Flu: A virus of our own hatching” (influenza aviaria: un virus che abbiamo incubato noi stessi), spiega che prima della domesticazione degli uccelli, circa 2500 anni fa, l’influenza umana di certo non esisteva.

Allo stesso modo, prima della domesticazione degli animali da allevamento non si hanno tracce dell’esistenza del morbillo, del vaiolo e di altri morbi che hanno colpito l’umanità da quando sono apparsi in fattorie e stalle intorno all’anno ottomila prima della nostra era“.

Già l’aviaria nel 1918 fece una strage. Ma si è già dimenticata.

Come spiega il dottor Greger, le condizioni di insalubrità nelle trincee della prima guerra mondiale sono solo una delle variabili che causarono una rapida propagazione del contagio del 1918, e sono a loro volta replicate oggi in molti dei mega-allevamenti che si sono moltiplicati negli ultimi venti anni con lo sviluppo dell’allevamento industriale intensivo“.

Da quando l’allevamento industriale si è imposto nel mondo, la medicina sta rilevando morbi sconosciuti e un ritmo insolito: negli ultimi trent’anni si sono identificati più di trenta patogeni umani, la maggior parte dei quasi virus zoonotici come l’attuale Covid-19

Ed è invece del 2016 il libro “Big Farms Big Flu”, cioè come le mega fattorie producano mega influenze, a firma del biologo Robert G. Wallace.

Un esempio su tutti è l’epidemia di influenza suina africana (ASP) che ha già colpito molti allevamenti cinesi ed è presente in Europa (vedi l’articolo dal titolo Peste suina africana: lentamente la malattia si propaga nell’UE, apparso il 30 gennaio scorso sul sito dell’Efsa, https://www.efsa.europa.eu/it/news/african-swine-fever-disease-spreading-slowly-eu).

Insomma, nulla accade per caso, le catastrofi hanno sempre un inizio (vedi il libro del 2008 di Frédéric Neyrat “Biopolitique des catastrophes” (biopolitica delle catastrofi.

Dalle pandemie ci si difende sapendo che si sta correndo tutti i giorni un rischio reale.

Oltre alle caratteristiche biologiche intrinseche dello stesso coronavirus, le condizioni della sua propagazione includono gli effetti di quattro decenni di politiche neoliberiste che hanno eroso drammaticamente le infrastrutture sociali che aiutano a sostenere la vita. In questa deriva, i sistemi sanitari pubblici sono stati particolarmente colpiti“.

Il neoliberismo e i suoi agenti politici hanno seminato su di noi temporali che un microorganismo ha trasformato in tempesta, scrive Angel Luis Lara. E il problema è che tornare alla normalità vuol dire accettare ancora i rischi di nuovi virus, di altri salti di specie, conservando le stesse abitudini di vita, di consumo, di allevamento.

Il nostro confinamento è inteso in questi giorni come il più vitale esercizio di cittadinanza. Tuttavia, abbiamo bisogno di essere capaci di portarlo più lontano.

Se la clausura ha congelato la normalità delle nostre inerzie e dei nostri automatismi, approfittiamo del tempo sospeso per interrogarci su inerzie e automatismi.

Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo“.

Se torniamo alla “normalità” non ci salviamo.

Articolo pubblicato in italiano su Il Manifesto. Traduzione dal castigliano di Pierluigi Sullo. Edizione originale su El Diario (https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/)

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