di Cuore Verde – La vittoria del centro-destra alle elezioni regionali in Veneto era prevedibile perché si tratta di un esito che si inserisce in una consolidata “tradizione elettorale” della regione, radicata fin dal dopoguerra. Tuttavia, i rapporti all’interno della coalizione evidenziano dinamiche più complesse di quanto suggerisca il risultato numerico. La Lega, dopo essere stata surclassata dalle affermazioni di Fratelli d’Italia nelle elezioni politiche del 2022 e nelle europee del 2024, nelle recenti elezioni regionali ha recuperato nuovamente il favore dei cittadini veneti, conquistando il 36% dei consensi.
Un risultato che rappresenta, certamente, un punto fermo, ma che, di fronte alla notevole astensione e al consenso a proposte alternative, non può essere interpretato come un segnale di piena fiducia nelle politiche concrete del partito vincitore.
Il voto alla Lega può quindi essere visto come una modalità laterale, una sorta di “via veneta” moderata, che rappresenta un segnale di sfiducia nei confronti del partito che aveva dominato le elezioni precedenti piuttosto che un riconoscimento effettivo dei risultati raggiunti, soprattutto nel campo delle rivendicazioni autonomiste.
L’autonomia differenziata, promessa come uno dei principali obiettivi della Lega di governo, ancora non si è concretizzata.
Si evidenzia quindi un quadro complesso: da un lato, l’affermazione della Lega come primo partito in Veneto; dall’altro, segnali evidenti di crisi di fiducia tra cittadini e istituzioni.
L’astensionismo diffuso e la crescente insoddisfazione evidenziano la necessità di ripensare profondamente il ruolo delle autonomie locali, sulla base delle caratteristiche e delle esigenze effettive del territorio.
“Venezia città-stato: il ritorno alla sua autonomia storica
L’importanza delle città-stato come unità fondamentali di governo dovrà rappresentare uno dei temi centrali per le prossime elezioni comunali di Venezia nel 2026.
Una battaglia politica per “Venezia città-stato” alla quale dovrebbero partecipare tutte le forze politiche. Concedere quindi a Venezia poteri legislativi, amministrativi e di gestione delle risorse, analogamente a quanto previsto dal recente disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri per Roma Capitale.
Strumenti legislativi che devono essere adattati alle specificità di Venezia, come proposto dal senatore Andrea Martella, segretario del PD Veneto, con una modifica all’articolo 114 della Costituzione che conferisca alla città lo status di ente autonomo con uno statuto e poteri legislativi propri. Anche Luca Zaia ha sottolineato come l’autonomia di Venezia, simile a quella di una città-stato, non sia un’utopia, ma una necessità per affrontare le sfide europee, richiedendo poteri speciali per valorizzare la singolarità di Venezia.
La “Grande Venezia”: una macroregione per sviluppare il modello storico del policentrismo veneto
Le grandi regioni, per essere realmente funzionali e rappresentative, devono favorire un sistema di relazioni dirette tra le città e le province che le compongono, al fine di rafforzare un modello policentrico che riconosca nelle città-stato autonome il vero nucleo di un sistema di governo più efficiente.
Occorre concentrare le funzioni delle regioni sulla rappresentanza esterna, abolendo le città metropolitane e trasferendo competenze e poteri dalle regioni alle città e alle province, che dovrebbero essere ripristinate. La regione, quindi, dovrebbe assumere principalmente un ruolo di coordinamento delle relazioni esterne e di promozione di accordi tra le città.
La creazione della “Grande Venezia” potrebbe rappresentare una proposta concreta e strategica. Una macroregione che coinvolgerebbe non solo le città e le province del Veneto, ma anche i territori che, al di fuori dai confini dell’attuale regione, storicamente hanno fatto parte della Serenissima. La “Grande Venezia” potrebbe rappresentare un nuovo modello di gestione territoriale. In questa logica, la regione si concentrerebbe sui rapporti esterni, favorendo accordi di collaborazione tra le città e i territori coinvolti, con l’obiettivo di promuovere progetti condivisi in ambiti strategici come infrastrutture, cultura, turismo e innovazione. Si potrebbe quindi creare una rete macroregionale con accordi interregionali che rafforzino la dimensione europea e mediterranea del Veneto.
Possono essere utilizzati, in una prospettiva di autonomia asimmetrica, strumenti come gli accordi recentemente stipulati tra l’Emilia-Romagna e la Toscana, tramite una lettera di intenti, per favorire collaborazioni e intese specifiche che rispettino le specificità di ciascun ente, consentendo una maggiore flessibilità e autonomia nelle relazioni interregionali e nella gestione delle competenze.
Nonostante il voto alle elezioni regionali in Veneto metta in evidenza alcune ambiguità e sia stato caratterizzato da taluni personalismi, è importante cogliere questa occasione come un’opportunità di rilancio, forse l’ultima concessa per avviare una nuova stagione autonomista. Il consenso ottenuto dal partito vincitore in ogni caso, riflette una diversa inclinazione, meno allineata alla narrazione politica del governo centrale, pur rilevando che lo stesso partito fa parte di quel governo. Il nuovo presidente e la sua giunta, al di fuori delle logiche dei rispettivi partiti, soprattutto quelle relative ai rapporti con il governo centrale, dovrebbero tenere conto di questo orientamento ed interpretare la rinnovata volontà popolare, che ora guarda più al Veneto che a Roma.