Sfratto di governo. Il preavviso di Giorgetti. A settembre la resa dei conti

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di Nespolina – Anche questa volta ha parlato quando doveva parlare. L’intervista di Giancarlo Giorgetti a La Stampa afferma due cose: la prima, dice tutto sull’arte dell’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio, di saper intervenire solo quando serve. Non appartiene alla categoria che Seneca inquadrava negli affaccendati che consumano male il tempo. Un po’ di “ozio” cioè di studio riflessivo, è spendere meglio il tempo in politica; la seconda, manda il preavviso che sa di sfratto del governo. E, se non è uno sfratto, è almeno un rinnovo locali. Quasi radicali.

La frase è nitida. «Dai palazzi della politica non verrà nulla, non mi aspetto alcuna proposta in questa direzione. Almeno finché dal paese reale, vista la situazione, non verrà una spinta tale da indurre la politica a prenderne atto. Ma sarà una pressione dall’esterno, non un moto dall’interno».

Oggi come oggi la paura del virus è passata. Lo dicono i sondaggi, lo dice la voglia di tornare alla normalità. Ma la questione che sta dietro l’angolo, e che non infiamma per questo i governatori sul voto di settembre, è il patatrac economico dopo l’estate, quando a settembre i conti restano in rosso, quando si fanno le somme di chi ha chiuso o ha svenduto. Giorgetti lo dice benissimo.

Governatori come Zaia in un voto a luglio avrebbero potuto capitalizzare subito l’onda del successo sanitario. Ma anche per lui e altri arriva la nube piroclastica dell’eruzione. Per quanto le spiagge abbiano riaperto, e il turismo sia la prima industria della regione, il bilancio non potrà essere troppo positivo. In autunno ci saranno da gestire i fallimenti.

L’economia dunque è la graticola su cui friggerà la politica. Ed è il punto forte di Giorgetti. Anche se la linea politica economica leghista non sembra rispecchiare il suo pensiero europeista e i suoi ragionamenti di finanza, tutt’altro che populisti.

Gli equilibri interni non gridano nomi in prevalenza vicini all’economista leghista. Non ci sono i capogruppo alla Camera o al Senato o i presidenti di Commissione a esprimere il suo pensiero. Sempre che l’attuale capogruppo a Montecitorio, non stia secondo voci di corridoio, ripensando ad un proprio riposizionamento, da Milano verso Varese.

Ma se a settembre scatta la fase 3, quella della rabbia economica, che farà Matteo Salvini? Starà all’opposizione o sosterrà un governo di unità nazionale? Giorgetti avrebbe tutto l’interesse a far mandare a casa Conte per avere presidente del consiglio Mario Draghi, ma a quel punto non ci sarebbe trippa né per Borghi né per Bagnai. E gli equilibri di partito nel posizionamento degli uomini cambierebbe e ridimensionerebbe il Capitano. Salvini dirà “no, ci teniamo Conte” o oppure “appoggiamo Draghi”?

Fratelli d’Italia avrebbe meno imbarazzo nello sbarazzarsi in una sola mossa del Pd e di Conte, per Salvini sarebbe invece la medicina amara da mandar giù, pur entrando nella stanza dei bottoni, salvando capra e cavoli.

Il Pd gioca un’altra partita. Fino ad ora svolge la parte che spettava prima alla Lega nel governo con i 5Stelle: fare la parte del partito con più buon senso. Ma molto contano i sondaggi e quando i sondaggi diranno che il recupero del Pd è terminato, e che il Paese è scontento, il governo non potrà andare avanti in eterno. Anche il Pd può avere l’interesse a staccare la spina, giocando il ruolo del partito affidabile fino all’ultimo e non più legato ad un alleato che fa una gaffe al giorno.

Insomma, se i conti non torneranno, risulterà per tutti conveniente avere un presidente del consiglio chiamato a salvare la patria. E anche se non salverà i patrioti, il peso di scelte impopolari sarà equamente ripartito tra chi lo sosterrà, tutti insieme dal Pd a Forza Italia alla Lega a Fratelli d’Italia. E se finita la crisi lo si vorrà ringraziare, c’è sempre il Quirinale. Mattarella finisce il mandato nel 2022.

Se Giorgetti insomma ha parlato, andando anche controcorrente rispetto al leader sull’euro e l’Europa, dopo un monacale ritiro della parola, lasciando comunque esternare un segretario in crisi di consensi per non prendersi magari la responsabilità di chi, appunto parlando, lo ha danneggiato, se ora parla è perché vede un punto d’approdo, la crisi d’autunno, realtà che Salvini non gli potrà rinfacciare. E’ un dato di fatto.

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