di Riccardo Pozzi – E così dopo tanti anni di divulgazione appassionata, di errori, di alleanze fallite, di lotte intestine, di figuracce clamorose, di denunce, manifestazioni, montagne russe elettorali, cappi e manette, cornamuse e kilt, dopo anni di gazebo e infinite raccolte firme, dopo aver avuto anche il Ministero degli Interni, dopo aver avuto contro, tutta, ma proprio tutta la stampa politica e anche quella da intrattenimento, dopo la disillusione e il disincanto, dopo la rabbia e lo sconforto, abbiamo raccolto la residua fiducia votando un referendum consultivo per avere l’autonomia che la Costituzione consente.
E ora dopo tutto questo siamo al dunque.
Le autonomie richieste da Lombardia, Veneto ed Emilia (quest’ultima senza aver fatto referendum per deferente piaggeria davanti all’allora governo di sinistra…) sono avversate da praticamente tutto il centro sud in blocco, di fatto, tutto il resto dell’Italia.
I governatori di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, hanno chiaramente ravvisato nelle richieste del nord economicamente più forte l’evidente pericolo di uno sfaldamento dei conti che reggono la nazione, come ama chiamarla la presidente Meloni.
Ma tu guarda. Sembravano distratti e invece “là nissciuno è ffesso”, si sono accorti immediatamente di un seppur lontano rischio.
In realtà tutti sanno, tutti sappiamo, conti alla mano, che De Luca ha ragione, che il sud rimarrebbe con meno risorse. Perché se il nord, come scrisse il Mattino di Napoli “vuole tenersi i soldi” (forse intendeva dire “i propri” soldi, visto che se li produce), la fine che farebbero le regioni del sud sarebbe inevitabile.
E allora eccoci qua, ad aver votato l’ultimo referendum anche se ne sospettavamo l’inutilità, eccoci a verificare che la rivoluzione non arriva mai con una circolare ministeriale, i cambiamenti veri non arrivano per accordo, e a pensarci bene è quasi più simpatico il governatore De Luca il quale, sapendo bene cosa significherebbe ridurre il fiume dei preziosi residui fiscali del nord (più di 100 miliardi l’anno), dice come stanno le cose ai propri cittadini e solleva l’intero sud per protesta.
Più simpatico di chi continua a dire che l’autonomia sarebbe un bene per tutte le regioni, mentendo due volte.
La prima spacciando per autonomia regionale un pallidissimo trasferimento di marginali competenze, e la seconda affermando che la vera autonomia non romperebbe il paese.
Non è vero, e il sud lo sa. Infatti, a parti geografiche invertite, il nostro sud lascerebbe mai 100 e più miliardi ogni anno per quarant’anni al resto del paese.
Per un totale storico che rappresenta circa il doppio di quanto si stima sia stato sottratto dalla Francia di Napoleone alle ricche famiglie della ex Repubblica Serenissima, ridotte a far prostituire le loro figlie presso la nobiltà della mitteleuropa.
La storia non è fatta solo di grandi avvenimenti e grandi personalità politiche, ma anche di grandi trasferimenti di ricchezza, e l’Italia repubblicana del secondo dopoguerra non fa eccezione.
Il 15 settembre 1996 un paio di milioni di padani (duecento per le questure) si dettero la mano sulle sponde del fiume Po per una lunghissima catena umana, derisa e sbeffeggiata da chi aveva ben presente l’origine dei propri bonifici, ma ancora viva nel ricordo di chi in questa cavolo di pianura lavora a testa bassa da almeno quarant’anni.
Casualmente anche gli anni di contribuzione previdenziale pagati dallo sciocco scrivente.