Nessuno si inginocchia per gli hongkonghesi nell’Europa filocinese?

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di Luigi Basso – Nel 1898 un trattato tra Gran Bretagna e Cina prevedeva che la regione di Hong Kong sarebbe stata riunificata alla Cina nel 1997, dopo 99 anni di affitto a Londra.
Prima dello scadere del contratto, la Gran Bretagna provò, epoca Thatcher, a negoziare con il Partito Comunista Cinese uno status giuridico migliore per Hong Kong, ma si giunse solo ad una generica e poco efficace dichiarazione di intenti sul principio Uno Stato Due Sistemi.

Ciò consentì comunque ad Hong Kong di usufruire di uno statuto di autonomia piuttosto buono e tutto sommato accettabile.
Ma dal 1 luglio 2020, con la legge sulla sicurezza nazionale, Hong Kong ha perso a tutti gli effetti la sua autonomia.

Alle proteste inevitabili è seguita una dura repressione poliziottesca cinese, con botte, arresti di massa, fughe rocambolesche e appelli da più parti.
Boris Johnson ha offerto, per ora a parole, la cittadinanza ed il passaporto di Sua Maestà a metà degli abitanti di Hong Kong facendo infuriare Pechino.

Dagli USA, dopo la morte di George Floyd sulla quale vi sono responsabilità di singoli agenti ma non del Governo, sono partite sceneggiate di gente che si inginocchia e si sdraia accusando Trump in modo delirante.
Dinanzi alle violente repressioni cinesi, deliberatamente appoggiate e spinte da Pechino, nulla.

Il silenzio dell’omerta’ e della complicità.
Un’Europa filo tedesca (guidata da una ex DDR) e filo cinese (basti pensare all’Italia a 5 stelle, come le stelle della bandiera cinese) che si allontana dalle sue radici liberali non può che andare incontro ad una sicura disfatta.

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