Ma gli Usa sono ancora un paese liberale?

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di Luigi Basso – Dagli USA continuano ad arrivare notizie sensazionali e senza precedenti, assolutamente straordinarie nel sistema liberale americano.
Dopo la squalifica social e la chiusura degli account e delle community come Parler che ospitano i trumpiani, decisa unilateralmente dalle aziende private che sfruttano la loro posizione dominante, quasi monopolista, per fare politica, sono arrivate le liste di proscrizione: uno dei massimi giornali americani, il New York Times, ha pubblicato un articolo sui 147 senatori e deputati che si sono opposti di ratificare l’elezione di Biden, con tanto di foto e nome, tipo tazebao.


L’editore che doveva pubblicare un libro di Josh Hawley, senatore del Missouri pro Trump, ha deciso di ritirare dalla pubblicazione il libro: fonte The Guardian.
Secondo Newsweek gli avvocati dell’Ordine di New York vorrebbero procedere alla cancellazione di Rudy Giuliani dall’Ordine, per aver patrocinato Trump nelle cause contro le frodi elettorali.


Bloomberg ci fa sapere che JP Morgan e CitiGroup hanno sospeso per sei mesi le donazioni ad ogni partito americano e che poi vedranno cosa fare, mentre Marriot International Inc., Blue Cross Blue Shield ed altri hanno chiuso i rubinetti ai Repubblicani, facendo capire dove si vuole arrivare; Goldman Sachs fa sapere che stanno per disporre la chiusura di erogazioni a chi ha contestato l’elezione di Biden: insomma, la linea chiara è quella di lasciare a secco i politici che si sono schierati e si schiereranno con Trump.


Axios e molti altri siti ci informano che il NYSE, la Borsa USA, alcuni giorni fa ha pensato di violare l’EO 13959 del 12 novembre 2020 pubblicato il 17 novembre con il quale Trump ha ordinato di escludere la negoziazione di titoli ed azioni di società possedute o controllate per più del 50% dall’esercito cinese: sembra che il NYSE abbia poi fatto marcia indietro, ma resta il clamoroso precedente di aver immaginato di infischiarsene dell’ordine esecutivo di un Presidente in carica.


Queste notizie, ed altre sulla stessa falsariga, ci portano però inevitabilmente a considerare una cosa, giusto per non passare per fessi, solo per questo.
Tutte le decisioni sopra elencate non possono essere state adottate in due o tre giorni come appare.
Ritirare un libro di un senatore, bloccare un account di un Presidente, bloccare le donazioni ad un partito, radiare un avvocato, violare una legge in materia di borsa, sono decisioni che hanno – o possono avere – gravi ripercussioni economiche sul soggetto che le assume, per non parlare dei profili di responsabilità dell’amministratore che decide azioni così straordinarie verso il CDA, verso i soci, gli azionisti di riferimento, i revisori, etc..
Per non parlare dei pareri legali che solitamente sono richiesti dai CEO prima di agire in modo sensazionale, tanto è vero che se parla in tutto il mondo.
Per i Social occorre ancora aggiungere che la censura di Trump, Flynn, Powell, Bannon, etc., dovrebbe condurre a ritenere che agiscano come Editori e togliere loro la immunità prevista dalla Sec. 230.
L’equiparazione di Twitter ad un qualunque Editore, vorrebbe dire che chi riceve un insulto sul social, potrebbe portare in Tribunale per il risarcimento dei danni l’autore del tweet e pure Twitter: una scelta, quindi, quella di bannare Trump, che il CEO non può aver preso in una notte, a cuor leggero, senza essersi tutelato prima con tutti i lunghi passaggi burocratici e legali necessari a validare un atto clamorosamente unico.


Tutto lascia pensare che queste decisioni, almeno nelle linee, siano state preparate da tempo e nel tempo e che i fatti di Capitol Hill siano stati il casus belli per instaurare una dura reazione “alla cinese”.
Certamente i Democratici non avevano altra opzione per mantenere coese le due Americhe.
La domanda ora è: per quanto tempo potranno andare avanti così gli USA?

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