Fava: Partiamo da quello che ci unisce. Con o senza vecchio simbolo, costruiamo qualcosa di nuovo, per la stagione del Nord e dei diritti

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di Stefania Piazzo – Il problema del Nord è che ha fatto tanti avventi, ma poi non c’è stato nessun Natale. La questione settentrionale, messianica, è rimasta nella pancia dei padani. Devolution, referendum, autonomia, all’ultimo miglio è sempre mancato qualcosa.

Da decenni il Nord è diventato il sentimento di una rivoluzione mancata, incompiuta, tra esclusi, espulsi e pionieri di qualcosa per risalire le rapide del consenso e tornare ai territori.

Per alcuni l’autoconvocazione del Nord a Biassono, voluta da Gianni Fava, è un atto politico tardivo. Per altri, invece, i tempi sono pronti ora. Sta di fatto che la maturazione di queste nespole ha sfiorato almeno le 200 presenze nel momento clou della giornata, se non di più, contando chi ha seguito tutti gli interventi, chi è venuto a salutare e annusare l’aria, chi si è fermato poi è tornato al lavoro, in un brulichio di formichine padane che non andavano via prima di aver fatto un selfie davanti alle bandiere di una storia, Lega Nord Padania, Lega Nord Bossi…

Ma è storia, non è il presente. E, per molti, neanche il futuro. Ad ascoltarlo, comprendi che Gianni della bassa mantovana ha in testa altro e guarda oltre. E in tempi non troppo lontani.

Prende un righello ideale per tracciare quel perimetro politico. Ma tira una riga. Soprattutto sulle ragioni che hanno diviso il mondo leghista, protoleghista e dell’autonomismo. Lui, e chi è o sarà con lui, vuole costruire, se ci sono le condizioni, qualcosa di nuovo, un nuovo contenitore, spiega ai giornalisti prima e ai presenti poi che lo ascoltano.

NESSUN POSTO

Dice subito: “Non cerco un posto. Ho assecondato un’esigenza di trovarsi che è partita da Alessio Anghileri (ex vicesindaco di Biassono). Se sono qui è perché voglio traghettare un magma in qualcosa di diverso. Perché il cittadino si è stancato di non sapere per chi votare. Partiamo da quello che ci unisce. Io mi prendo l’onere di fare qualcosa, federandolo, unendolo, vedremo la via migliore. Perché alle prossime elezioni io vorrei votare”.

VOTI A MELONI?

“Non sono mica convinto che i voti dei leghisti siano andati alla Meloni. Penso invece che molti, come me, non siano andati alle urne”.

LEGA DI OGGI DIFENDE LO STATO DEGLI ECCESSI

“Siamo davanti a partiti che difendono e rappresentano l’eccesso dello Stato. La Lega è nata per disgregare il centralismo di questo Stato. Siamo stati nemici di questo sistema. Ora la Lega lo rappresenta e difende. Questo Stato scarica sulla popolazione attiva l’onere di garantire l’assistenzialismo ad una popolazione non attiva”.

NESSUNA AUTONOMIA, SOLO NEL PASSATO

Con sarcasmo e oggettività. “Le autonomie? Mi risulta che le uniche conquistate risalgano a tempi molto lontani. Quello che non è cambiato è che c’è un Paese che tira la carretta e chi no”.

NO A BATTAGLIE SU TEMI ETICI. GARANTIRE INVECE I DIRITTI

“I temi etici non possono dividerci. Non ci interessano le battaglie confessionali contro chi è “diverso” da noi. La Lega invece è diventata un partito confessionale. Noi siamo per i diritti”.

CON QUALE SIMBOLO

Simbolo vecchio o nuovo. “Dobbiamo porci di certo il tema del “brand”, dobbiamo modernizzare “un simbolo”, ma con o senza quel simbolo – dice ancora Fava – si deve far politica per partire con qualcosa di nuovo”.

O L’EUROPA O L’AFRICA

“Fuori dall’Europa?! L’alternativa all’Europa si chiama Africa. Il mondo occidentale sta in Europa. E io sto in Europa. Mi sono spiegato, credo”.

NE’ DI DESTRA NE’ DI SINISTRA MA SOPRA

“Negli anni di “Roma Polo e Roma Ulivo” Bossi diceva che la Lega non era di destra né di sinistra. Ma sopra. Immagine perfetta per la collocarsi. Dopo 30 anni di nessun risultato, tolte le parole d’ordine, cosa resta? E’ morta la Lega Nord, è nata la Lega Sud”.

Applausi, interviste e tutti a pranzo appassionatamente. Le riconciliazioni non sono poche. Per fortuna.

E’ tutto in divenire, ma la strada appare segnata. Il 21 ottobre c’è il consiglio federale della Lega Nord. Commissariata. Ci saranno i commissari delle leghe regionali, commissariate, appunto. Un congresso rivoluzionario appare una chimera. Che dal 15 ottobre in avanti la strada indicata da Gianni Fava sia un’altra, è sempre più palpabile.

I VETI NON FERMANO ANGHILERI. UN FIUME DI INTERVENTI

Di certo non fermano le idee i veti che Anghileri ha incontrato per trovare la sala per l’evento che ha fatto ritrovare militanti e non militanti della Lega Nord sotto il segno della questione settentrionale. Potrà sembrare inusuale e popolano il ritrovarsi da Sebastian, ristorante e pizzeria dietro il Comune di Biassono, ma forse ha dimostrato che censurare o ostacolare le idee fa l’effetto opposto. “Era il momento giusto per incontrarsi – dice Anghileri – Biassono è sempre stato un monocolore, e qui i leghisti o non sono andati a votare o hanno votato qualcosa di diverso. Non può ripetersi. Credo siano maturi i tempi per un cambio di prospettiva e contenitore delle nostre energie”.

BONI, GLI SCOZZESI UNITI MENAVANO GLI INGLESI. IMPARIAMO

La lista di chi chiede di intervenire, è lunghissima. Parla prima di Fava, Davide Boni. “Io sono qui perché penso al domani, non per raccontarci quello che avevamo fatto. I clan scozzesi si menavano tra di loro, certo, ma poi quando arrivavano gli inglesi, menavano gli inglesi. Vuol dire che si deve partire con una base comune e uguale per tutti. Salvini è un’altra cosa, noi siamo un’altra cosa rispetto alle sue scelte. Dobbiamo essere più progressisti, andare oltre il ritorno dei partiti confessionali. Per costruire qualcosa si fanno congressi e si sceglie un leader. L’organizzazione precede l”azione”.

Ci sono volti noti dell’autonomismo, Gianantonio Bevilacqua, presidente di Rete 22 Ottobre, che apre gli interventi; Francesca Losi porta i saluti di Roberto Castelli di Autonomia e Libertà (la scuola regionale è al centro del suo intervento, 10 e lode, ndr), c’è Matteo Brigandì, Roberto Gremmo storico e scrittore, che pone il focus sulla bipolarità del paese, con un nord al quale ricordare che mantiene il meridionalismo senza sosta, Giovanni Polli, giornalista, c’è Massimo Zanello di Italexit, Alberto Mariani per Grande Nord, Roberto Maggi di Radio Libertà (un tempo Radio Padania…), Angelo Roversi, il consigliere regionale Francesco Lena, Claudio Bizzozzero. E tanti altri… In prima fila ad ascoltare Monica Rizzi, responsabile organizzativo federale di Grande Nord e collega di partito di Boni. Ascoltare per capire.

Il Nord fa impresa, fa economia, esporta,  fa fiere, ha la Borsa. E’ una cosa a sè. E non ha un leader. Sembra apolide. La Catalogna, nonostante tutto, qualcosa ce l’ha ancora, ha avuto anche un governo in esilio. Il Nord invece?  La scuola, competenza regionale, non interessa ai partiti. L’opacità sovrasta il nulla. Anni fa era apparsa una speranza di cambiamento, che partiva dal Nord per contagiare tutto lo Stato. Ma si fermò.

A Roma va già di scena una maggioranza non autosufficiente. Al Nord si manifesta la più ampia disillusione. E siccome da queste parti si anticipano sempre i tempi, chissà che dal laboratorio di Biassono, periferia dell’impero, sull’asse immaginario che scende lungo il fiume, si risveglino le coscienze, tra un antipasto e una tagliata senza sangue. Ben cotta.

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