Cosa direbbe oggi quel gran lombardo di Gianni Brera della deriva politica del Nord?

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di Roberto Pisani – Autonomismo, regionalismo, indipendentismo, autodeterminazione… Declinazioni diverse di un unico pensiero di base: il desiderio, forte e sincero, di permettere ai territori di avere quel ruolo centrale che dovrebbe essere alla base di qualsiasi democrazia.

Un desiderio legittimo purtroppo tradito proprio da chi lo aveva sollevato e posto al centro del dibattito politico.Piccola nota a margine: è da poco passato il 4 novembre e vedere gli amministratori leghisti celebrare, con tanto di tricolori sventolanti, il giorno dell’unità nazionale è un colpo al cuore per chi, come chi vi scrive, ha creduto ad un progetto.

Ma torniamo ai territori. Quale ruolo hanno avuto in passato, quale hanno adesso e quale potrebbero avere in futuro? Sicuramente vi sono delle terre che per storia, tradizioni, lingua e cultura hanno più vivo un sentimento autonomista, se non indipendentista, e che grazie ad uomini che hanno creduto fortemente a quel ruolo centrale di cui parlavamo prima, si sono spesi, e lo stanno facendo ancora, per realizzare il loro credo politico o culturale. Basti infatti pensare a quelle aree dove il bilinguismo, riconosciuto o meno, continua ad essere presente a tutti i livelli, anche a livello istituzionale. Mi riferisco ovviamente al nord est, ma non solo, quindi Sud Tirolo, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta ma anche Veneto ed alcune aree della Lombardia e dell’Emilia Romagna.

Gli uomini, già gli uomini. Ruolo importantissimo quello dei singoli uomini nel percorso culturale e politico. E non mi riferisco per forza al loro impegno partitico, anzi tutt’altro. Parlando della mia terra, il pavese, mi viene da pensare al grande, grandissimo, indimenticato ed indimenticabile Gianni Brera. Importantissimo il suo ruolo, culturale e slegato dalla politica, a favore della storia e della lingua padana e lombarda. Numerosissimi i suoi scritti che, a dispetto del suo impegno professionale di giornalista sportivo, raccontavano una terra, quella padana e lombarda, caratterizzata da una sua storia, una sua lingua e le sue tradizioni, per fortuna solo in parte cancellate da un centralismo politico che ha provato in tutti i modi di minarle e distruggerle.

Mi piace, parlando del gran lombardo Gianni Brera, che si definiva “Padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni.” e ancora “Figlio illegittimo del Po”, di una sua opera, Storie dei Lombardi, che scrisse negli anni senza mai pubblicarla, se non per stralci, e che la casa editrice Baldini&Castoldi decise di stampare quando si iniziò a parlare politicamente di questione settentrionale. Un’opera letteraria che racconta la storia della Lombardia come quella di una nazione, come un atlante di geografia, come un trattato di antropologia, come ricordato nella nota introduttiva dell’editore.

E tutto ciò, va ricordato, al di fuori dalla politica e dalla Lega. La Lega, già la Lega. Si sa che la Lega Autonomista Lombarda fu fondata a Varese ma anche in questo caso Pavia ebbe un ruolo importante, anzi forse fondamentale. Fu infatti proprio all’Università degli studi di Pavia, già capitale del Regno Longobardo, che il giovane studente di medicina Umberto Bossi incontrò un ragazzo che distribuiva volantini propagandistici sul tema dell’autonomia territoriale. Questo giovane ragazzo era Bruno Salvadori, leader del partito autonomista Union Valdotaine.

Per Bossi fu una folgorazione e ne parlò con un altro pavese, quel Franco Castellazzi gestore di un locale a Redavalle, dove tra l’altro venne inventato lo spogliarello maschile, e da lì nacque l’idea di un movimento autonomista lombardo, la Lega Autonomista Lombarda per l’appunto. Uomini appunto, uomini che, ognuno nel suo specifico settore, hanno portato avanti il loro credo e le loro convinzioni, fino alla morte.

Io ne ho voluto citare due pavesi perché è la mia terra, ma tutti i territori ne possono vantare. Uomini che ci devono essere da esempio, da faro durante il nostro percorso, ai quali dobbiamo rispetto ed onore, che ci devono dare la forza di superare le insidie e i tradimenti che uno stato centralista ha cercato di alimentare, ed in parte ci è riuscito. Ma non del tutto: fino a quando rimarrà la memoria di queste persone e del loro impegno, il sogno che i territori abbiano un ruolo di primo piano, culturale e politico, non morirà.

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