Cacciari e Giannini: La questione settentrionale, adesso o mai più

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di Stefania Piazzo – Sono due giorni filati che la Stampa dedica l’apertura con due fondi, domenica il direttore Massimo Giannini e oggi, lunedì 10 agosto, al dibattito sulla questione settentrionale. La rilanciano loro, assieme al governatore Bonaccini, che interviene due volte sul Nord nel giro di un mese sul quotidiano torinese.

Giannini ieri ha titolato: La doppia questione settentrionale. Doppia perché a fronte di un dopo covid che ha colpito Nord e Sud incidendo sul fronte produttivo di più sulla prima area e di più sul fronte occupazionale-sociale sulla seconda, il governo procede senza una chiara e coerente exit strategy dalla crisi. Quasi che per fini ancora una volta elettorali, si cerchi di strizzare l’occhio al mezzogiorno. “E’ come se -scrive Giannini – la coalizione giallorossa, dando per scontato il dominio della destra al Nord, stesse concentrando tutti gli sforzi sulle regioni del Sud ancora contendibili nel voto del 20 settembre”.

E cita le prove: la decontribuzione “riservata ad regionem e la rituale pioggia di bonus… Se questo è lo schema, Conte e soprattutto Zingaretti farebbero bene ad ascoltare gli avvertimenti di Stefano Bonaccini, che i disagi del Nord li conosce bene”.

E la seconda questione settentrionale? La sintetizziamo così: la caduta di credibilità e di reputazione per la vicenda covid in Lombardia. Le evasioni contributive del Nordest, i furbetti del lavoro nero, “le aziende che violano le norme di sicurezzaanti-virus”. Insomma, un Nord che ha legittime richieste di ascolto e un Nord che deve vergognarsi di rappresentare una comunità in modo opaco e indegno. Senza parlare delle presunte pressioni per non chiudere la zona bergamasca… Ma, al di là di tutto, fatta la sintesi, la questione settentrionale c’è. E viene messa anche in numeri il 10 agosto con una analisi economica che mostra l’andamento difficile della ripresa.

Massimo Cacciari, lunedì mattina, riapre ancora il quotidiano di Torino e scrive che che è necessario parlare “del nostro Settentrione. Il compimento della metamorfosi leghista merita certo attenzione. E al leader che l’ha voluto e promosso bisogna certamente riconoscere abilità e determinatezza. Ora, tuttavia – prosegue Cacciari nella sua analisi – egli si trova di fronte a un bivio. Sarà inevitabile, soprattutto con la crisi che
incalza, che la sua scelta per un partito nazionale di destra metta la Lega in una situazione difficile nei confronti del suo tradizionale e vastissimo elettorato nordista. Solo straordinarie vittorie avrebbero potuto attenuare la contraddizione. E anche per questo Salvini puntava
con tutte le sue forze alle elezioni. La vittoria è ancora possibile, comunque però non più nelle condizioni di assoluto favore per la Lega,
come sarebbe stato un anno fa. Ora c’è la Meloni – e ancora perfino il
Cavaliere! (e nel Veneto stravincerà Zaia, non Salvini). La base irrinunciabile dell’elettorato leghista va soddisfatta. Come? Con compromessi che scontenterebbero tutti e non frenerebbero l’emorragia
verso “i fratelli”? Credo che i Giorgetti e gli Zaia cercheranno di convincere il Capo a una soluzione di tipo “federale”: pieno riconoscimento del ruolo nazionale del partito, ma larga autonomia di movimento e di rappresentanza politica al Nord. Insomma: modello
Cdu-Csu. Se realizzato in accordo e ben motivato potrebbe risultare
proprio questo l’arma vincente non solo per la Lega, ma per tutta la destra italiana. La Lega rilancerebbe il suo ruolo di rappresentante unico della “questione settentrionale”, senza perdere alcuno dei vantaggi ottenuti con la metamorfosi salviniana. Pd e 5Stelle fanno bene a sperare che questo disegno non si realizzi – se si realizzasse, il Pd avrebbe molto altro latte versato su cui piangere: quello di non aver
mai saputo intendere, nelle sue varie componenti, il peso strategico
della “questione settentrionale” e di aver sempre impedito che nascesse un’autentica federazione delle forze del centro-sinistra”.

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