BOSSI: COMITATO NORD PER RINNOVARE, NON PER DISTRUGGERE LA LEGA. NON SI PUO’ ESCLUDERE ME E CHI L’HA COSTRUITA…

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di Stefania Piazzo – La calca della stampa, delle telecamere, la gente in piedi… Umberto Bossi non riesce a iniziare il suo intervento. Passa qualche minuto prima che fotografi e giornalisti arretrino dal palco e lascino un varco perché la platea torni a intravedere il Senatur. Bossi è “accerchiato” dall’attenzione di chi lo vuole sentir parlare e da chi vuole capire dove andrà il Comitato del Nord.

Il miglior “animale politico” nato in terra padana nell’ultimo secolo, e in quello presente, attraversando la prima e la seconda repubblica, varca il salone dell’auditorium del castello di Giovenzano. Per tutti i presenti è un arrivo liberatorio. Sembra l’inizio della caduta di un muro.

Bossi viene accolto come il segretario che ha scritto una storia, e che è già passato alla storia senza essere mai uscito dalla storia. La sua, quella della Lega che ha fondato, soggetto politico distante e diverso da quella di Salvini, segretario piuttosto di qualcosa che non appartiene alla storia che resta, con una data di scadenza in fondo al tunnel.

Bossi è il più amato dalla base che resiste come lui agli eventi, è il segretario che non mandi in pensione con le dimissioni e i congressi. Al castello di Giovenzano alla sua prima uscita col Comitato Nord è atteso come ai vecchi tempi, quando la sua gente andava a Pontida o ai congressi nei momenti di crisi del governo, della politica. Andava, appunto, per capire, per sentire come lui, il Capo, ragionasse sul da farsi, sul “come ne se esce?”. Come se ne esce dal partito del ponte sullo Stretto? Dal partito di tik tok?

Superati innumerevoli autovelox sulla provinciale pavese, interrotta da ristoranti ammiccanti ai bivi verso le diramazioni rurali della bassa, arrivi dopo aver cercato quasi a fatica parcheggio e capisci che la sconosciuta Giovenzano, una farmacia e cinque interessanti drogherie di vicinato è l’ombelico lombardo del giorno.

Cos’ha detto Bossi all’evento dove fa gli onori di casa l’eurodeputato Angelo Ciocca e il coordinatore con lui del Comitato, Paolo Grimoldi?

BOSSI: SAPEVAMO COME SAREBBE FINITA…

“Il Comitato è nato perché è arrivato il momento di alzarsi in piedi, non solo davanti ai risultati elettorali. Quelli vengono come conseguenza di determinati eventi… E’ arrivato il momento di alzarsi in piedi, voi – dice rivolgendosi al palco e alla platea – avete sofferto. Abbiamo visto cancellare negli anni l’identità della Lega. Noi tutti sapevamo come sarebbe finita, se cancelli l’identità muori. E infatti….”.

E allora, ripete come un mantra, seduto accanto a Ciocca e a Roberto Castelli che, appena vede, invita a stare vicino a lui, ricambiato da un “ma che onore”, “Abbiamo dato vita al Comitato Nord per rinnovare la Lega, non per distruggerla. Al di là della Lega Nord, davanti al centralismo romano non ci sono altre forze”. Poi si ferma, rotea il dito e ammonisce: ” Io temevo che molta gente sarebbe andata via dalla Lega, si sarebbe dispersa”.

Annuiscono il consigliere regionale Roberto Mura, alle sue spalle, e non poco lontano c’è il sindaco di Pavia, leghista storico, Fabrizio Fracassi. E la consigliere regionale Simona Pedrazzi, che poco prima aveva salutato i militanti arrivati da Sondrio, partiti con lei alle 6 sotto una fitta nevicata… Svetta Max Bastoni, altro consigliere regionale lombardo nel gruppo lumbard. In platea Giacomo Chiappori, dalla Liguria. E Francesco Speroni.

NON SI PUO’ ESCLUDERE ME E CHI HA FONDATO LA LEGA

“Io parto dalla convinzione – prosegue Bossi – che non possiamo noi andare avanti, da soli. Siamo nella Lega per rinnovarla. Ma non si può escludere me e quelli che l’hanno fondata”. Un chiaro messaggio a Salvini che il Comitato Nord lavora “dentro”, e che sarebbe un errore politico lanciare provvedimenti disciplinari, sospendere, espellere chi in questo momento alza la bandiera delle origini. Poi, per carità, ciascuno è libero di “suicidarsi” politicamente, se vuole.

“Questo primo incontro è per mettere in chiaro come stanno le cose. Noi chiederemo a Roma l’autonomia – prosegue il Senatur – che è prevista anche dalla Costituzione italiana, però non possiamo a casa nostra essere centralisti. Chiedere l’autonomia è essere essenzialmente autonomisti noi!”.

L’ERRORE DI COMMISSARIARE IL VENETO

E infatti…. “Abbiamo visto commissariare il Veneto. I veneti sono da centinaia di anni un popolo fratello del popolo lombardo, adesso si deve dare la possibilità ai veneti di scegliersi i loro dirigenti. Non scherziamo”.

Quel commissariamento, affonda Bossi, “non è accettabile”. E torna al tema di fondo: “Noi siamo qui per rinnovare la Lega, non per fare un piacere al centralismo romano. Occorre avere pazienza rispetto ai cambiamenti, perché possono avvenire. Un mese fa – e si rivolge alla platea – chi pensava di avere così tanta gente. Siete centinaia e centinaia… “.

IL PROBLEMA E’ SENTITO, MA NON METTIAMO AL MURO NESSUNO

“C’è la volontà di rinnovare e non di distruggere, non ci interesse punire. Ognuno fa quello che è capace di fare e quello che la realtà ti permette. Non siamo qui per mettere al muro nessuno”.

“Ultimamente non potevo più andare in giro che trovavo militanti della Lega che mi dicevano “Bossi, ma fai qualcosa… non è possibile…”.

Angelo Ciocca fa prendere fiato a Bossi, anche se non ne ha bisogno, per ricordare che “Bossi ha risposto con un sogno, che è il Comitato Nord, un progetto che ci consente di essere padroni a casa nostra. Dobbiamo tornare ad essere il sindacato del Nord”.

D’altra parte è Grimoldi a ricordare che nella sezione di Diego (l’autista di Bossi, ndr), non è rimasto nessuno… tanto da averla chiusa. E’ Ciocca, ancora, a ribadire che il 40% non ha rinnovato la tessera, che i consensi al Nord si sono almeno dimezzati e che occorre essere come gli alpini nella prima e seconda guerra mondiale, che difesero il settentrione”.

Poi fa aprire due bandiere. Quella della Lega con Bossi, il sole delle alpi, e il simbolo della Lega Lombarda, accanto a quella della Salvini Premier. Senza simboli. “In questa bandiera”, punta il dito l’eurodeputato, “sapete cosa manca? Manca il Nord”.

Intervengono alcuni presenti, parla la dr. Silvia Figini, direttore del Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Pavia. E dice: “Per essere rappresentati occorre essere voluti e non imposti al territorio”. Poi una bordata al Pnrr e alle risorse per fare cultura: “Se il 40% delle risorse non va al Nord, vi ho detto tutto”, chiosa.

Sale sul palco Toni da Re, l’ultimo segretario della Liga Veneta. Esprime il disagio, il malessere della base nella terra dell’autonomia. Paolo Grimoldi ricorda: “Siamo tornati a casa prima che fosse troppo tardi”. E dice che in platea ci sono leghisti che arrivano dal Piemonte, dalla Liguria, dall’Emilia, dalle Marche. “Sono qui”, grida lex parlamentare Luca Paolini.

In sala anche un altro ex deputato, Marco Rondini e Marco Mariani, consigliere regionale. In sala ci sono anche Dario Galli, “l’uomo dell’economia, delle commissioni”, grida Grimoldi salutandolo ammiccante. Ma c’è anche l’ex senatore veneto Vallardi.

La sanità, le sue falle, i suoi ritardi, sono un filo rosso che unisce quasi tutti gli interventi.

Marco Passerini, imprenditore del territorio, del consorzio dei produttori agricoli Ticino, in due parole dice tutto: “Per rispondere ad una pec Roma ci mette due mesi. La burocrazia pesa il 2% del pil agricolo. In 10 anni fa il 20% di capacità produttiva persa. Per un adempimento servono 18 documenti e 30 passaggi istruttori, 1 o 2 anni per ricevere il finanziamento. In Trentino solo 6 mesi per fare tutto”.

La distanza che separa il castello di Giovenzano dal ponte sullo Stretto si allarga sempre più quanto il dr. Emiliano Viti snocciola una “Analisi del territorio”, partendo dal comandante delle truppe della battaglia di Legnano, tal Guido da Landriano, con tanto di evoluzione della politica legata all’identità fino ai nostri giorni, per arrivare al ruolo “disgregante dei social media”, in una comunità che ha perso una prospettiva generazionale. Una parabola in 5 minuti di slide per dire che senza territorio in cui identificarsi, non c’è politica.

Parte il Va pensiero, la festa è finita. Per chi si ferma a pranzo, risotto. D’altra parte non c’è piatto migliore nel pavese, da servire cotto al dente. Così senti l’anima.

Foto @piazzo

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