AUTONOMIA 2 – Franco: Il patto tradito dal Governo con Emilia Romagna, Veneto e Lombardia

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di Paolo Franco – Accanto alla proposta di legge quadro che ferma, di fatto, il processo di autonomia (e di cui abbiamo tratto qui: https://www.lanuovapadania.it/opinioni/autonomia-1-paolo-franco-legge-quadro-un-gioco-delloca-per-leterno-rinvio/), di fatto uno scatolone vuoto che spacciano per autonomia, appunto, la seconda mina è inserita nell’altra novità, quella dei famosi LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni).

Questa invenzione – come condizione preliminare al processo autonomistico – è stata partorita dal precedente ministro competente, Francesco Boccia, il quale sostiene che per attribuire maggiori competenze ad alcune regioni bisogna prima definire i livelli quantitativi e qualitativi dei servizi su tutto il territorio nazionale. Si tratterebbe del superamento della spesa storica, come previsto dalla legge sul federalismo fiscale, che langue da un decennio senza soluzione ma che all’improvviso diventa condizione indispensabile per l’attribuzione delle materie chieste dalle Regioni. Invece si può benissimo procedere con riferimento agli attuali stanziamenti di bilancio, a meno che, come pare evidente, non si voglia usare questi strumenti per rinviare alle calende greche il processo autonomistico.

Se una Regione con l’autonomia, le proprie risorse, le migliori capacità economico-organizzative, riesce a dare qualcosa di più ai suoi cittadini, perché devono essere preventivamente determinati livelli di servizi che rimangono in capo allo Stato?

Anche il Presidente Zaia, nella relazione consegnata alla Commissione parlamentare ad aprile 2019, era di questo avviso esprimendosi con queste parole: con riferimento al finanziamento delle competenze acquisite con il riconoscimento di autonomia differenziata ciò comporta che al Veneto, o alla Lombardia, o all’Emilia Romagna, siano attribuite esclusivamente le risorse che lo Stato spendeva per le stesse competenze nel territorio rispettivamente veneto, lombardo ed emiliano romagnolo, e non un euro di più.

In realtà tutto questo, e per brevità ho accennato a solo due punti, è nettamente in contrasto con quanto già accordato in precedenza tra il Governo e le Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto con gli accordi preliminari sottoscritti nel febbraio 2018. Andrebbero letti e spiegati integralmente ma mi fermo solo su due punti:

1) quello sviluppato nell’articolo relativo alle risorse, dove si legge che queste vengono attribuite (…) in termini: a) di compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati sul territorio regionale, tali da consentire la gestione delle competenze trasferite o assegnate (…).

2) quello che tratta delle materie da trasferire, tra le quali, per prima, appare anche l’istruzione, e che invece, oggi, non si vuole più concedere.

Ebbene, questi due aspetti sono spariti dalle proposte sul tavolo in questi ultimi mesi e, come spiegato sommariamente poco sopra, si sono invece aggiunti diversi macigni che impediscono le legittime richieste regionali.

Attenzione: c’è qualcuno che spera che nella “legge quadro” sia introdotta la salvaguardia di questi accordi, cioè che per le tre Regioni considerate valgano gli accordi già sottoscritti, mentre per quelle che dovessero farsi avanti successivamente valga quanto previsto in questa nuova legge.

Ma vi pare possibile? Sarebbe scrivere una legge che dice prima una cosa e poi l’opposto! Quello che succederà, se mai dovesse essere approvata la “legge quadro”, è che vi sarà scritto che verranno mantenuti gli accordi con le Regioni richiedenti, salvo quanto diversamente disposto dagli articoli x, y, z, … che riguarderanno risorse, LEP, materie devolute. Così, come spiegato prima, inizierà forse (e comunque la prossima legislatura) il percorso nelle commissioni e poi avanti avanti fino al voto del Parlamento.

Che questa “legge quadro” sia uno scatolone vuoto lo dimostro semplicemente andando a prestito di una delle molte analisi che si trovano nei testi e on-line, tanto per non far credere di essere solo soletto a pensarla in questo modo. Invito ad accedere al sito dello “Studio Cataldi-il quotidiano del diritto”, e leggere sull’argomento: Legge quadro e riforma del Titolo V della Costituzione. In passato, il nostro legislatore ha fatto spesso uso dello strumento della c.d. legge-quadro che, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione ad opera della Legge n. 3/2001, rappresenta oggi un tipo di provvedimento formalmente non più esistente. La riforma del Titolo V, infatti, ha fortemente inciso sulla competenza legislativa delle Regioni, riconoscendogli di fatto una maggiore autonomia legislativa rispetto al passato; ora la Costituzione fissa a chiare lettere le materie in cui lo Stato ha legislazione esclusiva e quelle di legislazione c.d. concorrente delle Regioni, nonché quelle di competenza residuale delle Regioni stesse. In passato, invece, la Costituzione si limitava a consentire alle regioni di emanare norme legislative in una serie di materie “nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre regioni.

Mi permetto di continuare con un’altra citazione, capisco che stiamo andando sul tecnico e che possa essere difficile seguire il filo del discorso, ma la fonte citata è di particolare levatura e le sue tesi vengono riprodotte anche nei dossier parlamentari pubblicati in questi ultimi anni sulla questione dell’autonomia. Mi riferisco all’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, la quale nella propria rivista nel 2020, a proposito del percorso legislativo che ci interessa, scrive:

Il procedimento:

a) l’intesa e la legge. (…) Alla luce di queste considerazioni, è da ritenere che la parola “iniziativa”, usata dall’art. 116, u.c., vada considerata equivalente ad atto d’impulso, non necessariamente rivestito dei panni dell’iniziativa legislativa. Il che consente di ritenere che la Regione non debba (o, almeno, non debba necessariamente) rivolgersi al Parlamento, ma debba (o, almeno, possa) rivolgersi al Governo, sottoponendo ad esso la richiesta di raggiungere un’intesa sulla base di un progetto elaborato dalla medesima, sentiti gli enti locali. Sarà, poi, il Governo, una volta raggiunta l’intesa, a esercitare l’iniziativa legislativa innanzi al Parlamento. Il quale, quindi, potrà essere chiamato a intervenire su un’intesa realmente previa. (…)

b) il ruolo del Parlamento. Il fatto che l’intesa sia raggiunta a livello governativo non significa che il Parlamento venga relegato ad un ruolo meramente notarile. Non è, infatti, contestabile che la previsione costituzionale della partecipazione del Parlamento ad un processo di decisione politica, in tanto abbia un significato, in quanto ad essa si riconosca un rilievo sostanziale. Anche nel caso dell’autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali di cui all’articolo 80 Costituzione o in sede di adozione delle leggi, previa intesa, di cui all’articolo 8, ultimo comma, al Parlamento non può essere, in alcun modo, sottratta, in caso di dissenso sui contenuti degli atti sottoposti alla sua valutazione, la possibilità di negare il proprio assenso: e, quindi, di non approvare il disegno di legge sottopostogli dal Governo. È verosimile che, in via di fatto, l’intesa raggiunta in sede governativa goda del consenso della maggioranza parlamentare da cui è sostenuto l’Esecutivo. Ma questo, comunque, non impedisce al Parlamento di non approvare l’intesa raggiunta; costringendo, quindi, i partner che l’hanno sottoscritta a ricercare un diverso accordo.

Queste ben quotate affermazioni dimostrano che il procedimento che cercano di farci passare come necessario oggidì, non lo è affatto. Dimostrano anche che tutto sta per essere costruito proprio per impedire il processo autonomistico intrapreso legittimamente e nell’ambito costituzionale da alcune Regioni.

Ora vado a concludere.

Mi sembra chiaro che chi sostiene che l’autonomia sarà approvata entro la fine della legislatura sia poco attendibile. Forse sarà approvato lo “scatolone vuoto” e ci sarà venduto come “legge sull’autonomia”. Il problema è che il maggiore responsabile di questa situazione sia il partito, la Lega, che un tempo era alfiere dell’autonomia e che oggi cerca affannosamente di far passare un messaggio politico di continuità, quando invece, perlomeno nelle persone che hanno le maggiori responsabilità nel Parlamento, ha totalmente abdicato a questo ruolo originario.

So che le mie recenti affermazioni hanno molto irritato esponenti veneti della Lega, probabilmente perché non fa piacere che qualcuno cerchi di spiegare la situazione com’è. La realtà incontrovertibile è che quando il processo legislativo dell’autonomia aveva possibilità di essere realizzato, successivamente alla firma delle intese Governo-Regioni del febbraio 2018, il leader della Lega Salvini ha fatto cadere il governo, provocando la crisi che avrebbe portato in sella partiti anti-autonomisti, e i risultati, come ho dimostrato poco sopra, si sono visti. Su queste considerazioni ciascuno di noi può riflettere come meglio crede. La conferma definitiva l’avremo se e quando il testo della “legge quadro” sarà depositato. L’unica certezza che abbiamo è che questa legislatura terminerà senza che, dopo cinque anni, alle Regioni e ai loro cittadini che hanno chiesto con grande forza più autonomia, non sarà stato concesso nulla, se non l’ennesima presa in giro.

Infine, una nota per i veneti: ho citato sopra l’opuscolo “Autonomia. Le 100 domande dei veneti a Luca Zaia”. Si tratta di una pubblicazione stampata e diffusa a cura del “Comitato vota SÌ al referendum del 22 ottobre per l’autonomia” e ne do testimonianza come artefice di quel Comitato e di altre organizzazioni con medesima finalità. Naturalmente domande e risposte furono discusse e scritte dagli uffici del Presidente Zaia, dallo stesso visionate e approvate. Quello che c’è scritto è quello che è stato promesso ai veneti, cioè le 23 materie per le quali viene richiesta la competenza, le modalità di mantenere le risorse, i tempi e i modi per il procedimento legislativo e molte altre questioni ancora. Vorrei che oggi lo rileggessero soprattutto gli esponenti politici di questa Regione, e più ancora quelli che fino a ieri pubblicavano le loro foto con in mano la bandiera del leone, così possono riflettere se il loro impegno politico di oggi è ancora degno di rappresentare il Veneto o se si è accomodato ad altre priorità e ad altri interessi.

(2 – fine)

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