I popolani ‘Piemontèis’ non volevano la guerra d’aggressione italianista del 1859

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di Roberto Gremmo – Nella primavera del 1859 si diffuse fra i contadini piemontesi un timor panico di fronte all’ordine di richiamo alle armi di Vittorio Emanuele II° ai suoi sudditi ufficialmente “per la difesa dell’indipendenza e dell’onore della Patria” ma in realtà per iniziare una nuova guerra aggressiva oltre Ticino.

Memori dei disastri e dei lutti delle imprese militari imposte dieci anni prima da Carlo Alberto e dell’avventurosa e luttuosa spedizione d’Oriente, i contadini non mostrarono alcun entuasiasmo di fronte alla prospettiva di tornare ad essere carne da cannone.

Perciò i notabili ed i borghesi ‘italianissimi’ cercarono di blandirli evitando di ricorrere solo alle chiacchiere ‘patriottiche’ ma rendendoli docili e disciplinati con concrete e venali contribuzioni.

Primo fra tutti, il sindaco di Salasco fece approvare da un docile consiglio comunale la proposta di regalare cinque franchi ad ogni soldato costretto a partire. Fecero lo stesso i suoi collegihi di Buronzo e Tronzano ed anche grazie a queste pressanti e concrete sollecitazioni ed attenzioni oltre che per il timore di ritorsioni, la stragrande maggioranza dei richiamati non si sottrasse agli obblighi militari ma l’atavica ed irriducibile diffidenza contadina frenò comunque gli ardori patriottici che i borghesi ed i notabili cercavano d’inculcare fra la povera gente.

A Cigliano, ad esempio, risulta che nel corso dell’arruolamente si manifestarono apertamente “le indispensabili impressioni di dolore” dei parenti mentre a Motta dè Conti la rancorosa ostilità popolare non venne nascosta al punto che l’Intendente di Vercelli fu costretto ad ammettere che l’impresa militare era ben vista solo dalle “persone intelligenti ed istruite” del paese che non sarebbero mai partite mentre la stragrande maggioranza della popolazione “dedita all’agricoltura e non [era] molto istrutta” non voleva la guerra e “non comprendeva l’importanza della politica iniziata dal governo”.

A non rispondere al richiamo patriottico furono tre richiamati di Vercelli che dopo aver letto il bando d’arruolamento si allontanarono dalla città facendo perdere ogni traccia.

E che andassero a cercarli.

Anche molti piemontesi non volevano il conflitto, ma non potevano dirlo ad alta voce, altrimenti potevano finire nei pasticci perché, in quei tempi tumultuosi, bastava davvero poco per essere sospettati di scarso patriottismo.

Il 24 marzo del 1859, col conflitto alle porte il Giudice mandamentale di Trino denunciava il canonico Giuseppe Miglione ed il notaio Guido Motagnini per avere pubblicamente e “con ira mal repressa” disapprovato il conflitto dichiarando che “il Governo del Re batteva una falsa via, che il Conte Cavour meriterebbe di essere chiuso in una gabbia di ferro, ed esposto alla derisione universale, e che già avevano in questa città due dei contingenti dato prova del loro malvolere besemmiando contro coloro che volevano la Guerra e che presto o tardi i tedeschi avrebbero invaso il Piemonte per dare una solenne lezione al Re, ed a tutti i suoi partigiani per la guerra”.

Il 27 aprile 1859 Vittorio Emanuele annunciava la “santa impresa” guerresca con l’aiuto di Napoleone III° “sempre accorrente là dove vi è una causa giusta da difendere e la civiltà da far prevalere”.

Ma nelle stesse ore, a Santhià un piccolo episodio rivelava quali erano i veri sentimenti dei piemontesi quando un ufficiale dello Stato Maggiore ordinava arrogantemente al Sindaco di alloggiare i suoi uomini nei locali comunale sentendosi replicare che “Non siamo noi che abbiamo voluto la guerra”.

Decisa l’impresa, su progetto dell’ingegner Noé venivano sbarrate tutte le rogge, il naviglio d’Ivrea, il canale “Depretis” e quello d’Asigliano trasformando in un’unica, enorme landa paludosa all’incirca 450 chilometri quadrati dei territori di Crescentino, Tronzano, Crova, Salasco, Sali, Lignana, San Germano, Desana e Santhià.

Ma l’invasivo espediente non fermò affatto l’avanzata delle truppe nemiche che occuparono stabilmente il Vercellese dai primi giorni del conflitto fino alla sconfitta di Palestro del 30 maggio.

Mentre venivano inutilmente allagati i campi e compromessi i raccolti, la guerra lambiva la città di Vercelli dove non erano state approntate concrete ed efficaci difese.

Incoscienti ma pur sempre coinvolti nel dominante fervore patriottardo, le autorità comunali cercarono soprattutto di eliminare qualsiasi voce critica nei confronti del conflitto, così tragicamente vicino.

Vennero perciò presi di mira due poveri preti, il canonico Degaudenzi ed il fratello perché nell’ospedale cittadino “da lungi dal confortare i feriti con parole atte a far loro parere meno gravi i sacrifizi che sopporta[va]no per la Patria, lo scoraggia[va]no”.

In men che non si dica, il Comando Militare “mercé la benevola condiscendenza di S.E. Monsignor Arcivescovo” cacciò i due sacerdoti, sostituendoli con altri preti politicamente più allineati.

Intanto però il 16 maggio gli austriaci occuparono Vercelli e fin dal 7 maggio avevano aggirato la città, riuscendo a prendere possesso di Santhià, San Germano e Tronzano passando il fiume Sesia fra Greggio ed Arborio, guadando il Cervo fra Villarboit e Busonengo ed attraversando l’Elvo a Vettignè.

Tutt’altro che coinvolti nel conflitto ‘patriottico’, i contadini del posto non mossero un dito per ostacolarli.

Quando il Comando sabaudo, attestato a Cigliano, ordinò al Comune di Tronzano di allagare i campi per fermarli, il consiglio comunale riunito in seduta straordinaria si rifiutò di obbedire, temendo la prevedibile rappresaglia del nemico.

L’11 maggio i soldati sabaudi ripresero l’iniziativa e gli austriaci abbandonarono Tronzano scattò subito la rappresaglia contro quei popolani spaventati che avevano cercato di star fuori dai guai, senza parteggiare per nessuno.

Agli occhi accecati di fanatismo degli ufficiali sabaudi, la neutralità paesana era apparsa sospetta e provocata da chissà quale subdola volontà ‘collaborazionista’ col nemico perciò il personaggio più rappresentativo della frazione di Salomino e vice-sindaco di Tronzano, il contadino Stefano Ferraris venne arrestato con l’accusa di alto tradimento per non aver allagati i terreni all’arrivo degli austriaci.

Portato nelle carceri torinesi, nel corso d’un drammatico interrogatorio, il povero Ferraris ricordò lo sconcerto provato dopo essere stato fermato dai carabinieri e condotto di fronte ad un alto ufficiale “il quale non parlava Piemontese” e che l’aveva messo ai ferri senza spiegargli il perché.

Solo in prigione il povero contadino seppe d’essere accusato per non aver reso impraticabile il passaggio dei soldati nemici e per aver detto ad alta voce che, con gli austriaci alle porte, il “Governo del Re più non avesse giurisdizione su quella località” ed era meglio non dar retta a nessuno.

Ferraris cercò di spiegare che le truppe d’occupazione avevano minacciato una terribile rappresaglia che avrebbe ridotto in cenere tutti i cascinali e l’intero paese e dunque era meglio restar neutrali.

Ma gli ufficiali furono inflessibili, per dare un esempio ed ammonire tutte le comunità a mettersi in riga. Bollandolo come un ignobile traditore, misero Ferraris dietro le sbarre, rinchiudendolo con altri poveracci, presi a caso sulla strada fra Cigliano e Rondissone e considerati, senza alcuna prova, dei pericolosi spioni austriaci.

Solo dopo la sconfitta degli austriaci a Palestro la guerra si allontanò dal Vercellese e finalmente si fece il bilancio dei danni.

I contadini dei villaggi rurali che erano stati travolti da una storia più grande di loro osservarono allibiti la completa rovina delle campagne sommerse sotto un compatto strato melmoso.

Il municipio di Vercelli dovette amaramente constatare che l’assistenza che era stato obbligato a fornire alle truppe ‘nazionali’ ed a quelle francesi aveva comportato l’esborso di un milione e quattrocentomila lire dell’epoca.

Un saccheggio di Stato.

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