Gremmo a Il Nuovo Monviso: Identità e lingua. Valli alpine ridotte a riserve indiane, ubriacate con un po’ di sussidi

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A cura di Marco Margrita – “Pensare di difendere una lingua attraverso una legge fatta di mere concessioni da parte dei custodi locali del centralismo, lo dice la pura logica, apre spazi ad omologazioni più piccole, tra calcoli meschini e forzature ideologiche. La propria identità si difende e continua a costruire solo nella propria lingua, i luoghi s’inizia a tutelarli se li si chiama come per secoli si è fatto. Non è mica nostalgia, piuttosto resistenza. Altro che identità inventate e alla moda, magari a
ritmo di folk!”.

Roberto Gremmo, leader dell’autonomismo piemontese negli anni ‘80 e ‘90, oggi ha spostato il suo campo d’azione
(e di lotta) nell’agone culturale, giornalista e cultore della storia scritta sgobbando negli archivi, ha anche fondato e continua ad animare la casa editrice Storia Ribelle. Una delle sue ultime avventure politiche, nel 2011, ha a che fare con il nostro territorio: la candidatura a sindaco di Pinerolo, città con cui conserva legami non effimeri. Gli ho chiesto di riflettere insieme sulla “questione della lingua” e non si è sottratto, come sua abitudine rifuggendo il linguaggio paludato e non lesinando in schiettezza.

Piemontese, francoprovenzale e occitano. Per la vulgata omologante sono termini utilizzati, anche quando indicano lingue, ovviamente declassandole a dialetti, se non come sinonimi, con eccessiva sovrapposizione. Una confusione che non aiuta certo a comprendere. Puoi aiutarci, intanto, a rimettere un po’ di ordine. Definiamo, pur nel breve spazio di una pagina di giornale, differenze e ambiti.

Storicamente, le Alpi occidentali e il Piemonte in particolare, hanno avuto la fortuna di essere ragioni plurilingui, anche per la loro posizione di confine, ma per ragioni politiche (in Francia il centralismo giacobinista e da noi quello sabaudista prima e fascista poi) si è imposto un monolinguismo centralista che ha massacrato le varie parlate locali, spesso sovrapposte fra loro. Le ha emarginate, ma non distrutte, perché erano il modulo comunicativo del popolo.
Nella celebre Carta di Chivasso del 1943 il patriota valdostano Emile Chanoux chiedeva autonomie linguistiche e culturali per tutte le valli alpine, ma la Repubblica fondamentalmente centralista non lo ha ascoltato.
Le Regioni sono nate tardi, solo nel 1970 e male, perché hanno ereditato e ingigantito i difetti di una politica dominata da una partitocrazia parassitaria e incapace.

In Piemonte, da decenni, esiste una Legge Regionale a tutela di lingue e parlate minoritarie. Una legge che non sembra propria aver dato, in termini di dinamismo culturale e di creativa difesa delle identità, i risultati che dichiarava di poter raggiungere. Qualcosa non ha funzionato o il difetto sta(va) nel manico?

Con la superficialità e il pressappochismo tipico della politica italiana, per alcune parlate si è scelta la strada del privilegio e le si è promosse a lingue minoritarie, mentre altre, come il piemontese, sono state declassate a dialetto, senza minimamente tener conto del loro prestigio e del valore d’una ininterrotta tradizione letteraria. Nelle valli piemontesi la “scoperta” minoritaria si è fatta senza una effettiva verifica dei parlanti, spesso sovrastimati in
base a criteri opinabili.

I più sensibili cultori della provenzalità, pensiamo a una grande figura come il compianto professor Sergio Arneodo,
hanno sempre contestato “l’immaginaria identità occitana”. Quali contraddizioni bisogna rilevare? Possiamo dire che l’Occitania è un’invenzione politica, insieme folklorica e ideologica?

La responsabilità maggiore va ascritta all’occitanismo politico che è imperversato da noi negli anni settanta e che ha diviso ed indebolito il movimento autonomista, cercando di privarlo della forza umana e intellettuale delle valli. Nel libro “Padania separatista” della Associazione Gilberto Oneto, Giovanni Polli documenta molto bene come quella che Eric Hobsbaum definiva “voga passeggera occitanista” fosse solo un prodotto l’importazione, creato a tavolino da un personaggio paracadutato nelle valli.


Intanto il francoprovenzale, come denuncia la rivista Etnie, arretra. Sta scomparendo il mondo oltre che una parlata.
Perché è accaduto?


L’artificiale contrapposizione montagna-pianura (invece di quella, reale, urbanesimo-ruralismo) ha finito per ghettizzare
le realtà linguistiche valligiane, provocando il loro declino. L’autorevole studioso Roberto Saletta denuncia apertamente, proprio sulla citata prestigiosa rivista on line “Etnie” diretta da Roberto Sonaglia, la politica linguistic “che fa il verso all’autonomismo mondialista d’oltralpe” e che ha ridotto la cultura valligiana ad un folklorismo da sarabanda
post-sessantottina o da riserva indiana. Danneggiando inesorabilmente la tenace battaglia per la sopravvivenza delle parlate provenzali alpine condotta per tutta la vita dal compianto Sergio Arneodo e da “Coumboscuro”, sostenuti fraternamente anche dai più lucidi intellettuali piemontesisti.

La lingua, come l’ambiente, sono elementi identitari forti. Una difesa anche politica dell’identità passa da una salvaguardia della sua vitalità, lo insegna il caso catalano di cui sei stato uno dei primi ad occuparti qui da noi, con una rivista ad essa dedicata già negli anni ‘70. Una lezione che non sembra essere stata appresa.

Però questa deriva è stata sciaguratamente unita ad una ‘promozione’ a tavolino delle parlate alpine, dichiarate “minoranze” e tutelate da una zoppicanti legge quadro nazionale basata sulla politica del sussidio, generosa di contributi e di sostegni, che calati dall’alto, non sono riusciti ad arrestare il declino delle parlate locali. Anche se hanno
ben foraggiato sodalizi e gruppi sedicenti minoritari.
Per parte sua, la Regione Piemonte si è volontariamente prestata alla bisogna assistenzialista e questo mentre ha praticamente congelato i corsi di lingua piemontese nelle scuole, che avevano avuto grande efficacia negli anni
passati.


Veniamo al piemontese, che davvero sembra affidarsi solo al folklore e all’utilizzo per il racconto di cose minime. Un impiego che già contestava Nino Costa, che esordì su ‘L Birichin, sotto lo pseudonimo di Mamina, ma poi allontanatosi dalla filosofia “birichinòira”. Secondo il grande poeta il piemontese doveva essere elevato al rango di lingua e non solamente utilizzato in modo minore e in ambiti ristretti alle facezie popolari. Una strada che non è stata perseguita. Sei stato il primo leader dell’autonomismo piemontese, una battaglia politicamente non coronata da successo. Anche sul fronte della cultura, però, si sembra destinati a una definitiva sconfitta. Si può invertire la tendenza o il piemontese scomparirà come le pasoliniane lucciole?

Il prevalere di un mal inteso “padanismo” che non riconosceva l’identità piemontese ha indebolito le ragioni dell’autonomismo e non vi è da stupirsi se coloro che lo hanno importato da noi siamo oggi scivolati nel peggior sovranismo nazionalista. Lasciandoci solo delle macerie.

Qualche nostro lettore potrebbe pensare che ci siamo concentrati su temi e battaglie di retroguardia. Cosa replicheresti a chi ce lo contestasse?

L’avvenire non è del centralismo, anticamera dell’imperialismo. I popoli vogliono più libertà, come dimostra il caso catalano, dove la battaglia identitaria prosegue, malgrado una dura repressione tollerata da un’Europa che dovrebbe garantire il diritto al dissenso ma si volta dall’altra parte di fronte agli attentati spagnoli ai diritti d’opinione. Proprio perché oggi il modello di un’Europa degli Stati entra in crisi, sarebbe attuale e alternativa un’unità continentale federalista, basata su piccole Regioni, simili ai Cantoni che formano la Svizzera, da sempre ricca, neutrale e rispettosa delle identità delle Etnie che la compongono.


A cura di Marco Margrita – Dal giornale IL NUOVO MONVISO

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