Che fine ha fatto il “Patto delle Alpi piemontesi”?

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di Roberto Gremmo – Nell’ormai lontano 12 febbraio 2006 un gruppo di amministratori locali, abitanti delle valli e appassionati difensori della civiltà montanara siglavano a Prazzo in val Maira un “Patto delle Alpi piemontesi”, un documento che si richiamava alle migliori tradizioni democratiche della Resistenza per rivendicare una nuova politica federalista, in difesa delle popolazioni che tenacemente tengono vive le comunità valligiane.  

Sono passati gli anni e le richieste di decentramento, sostegno effettivo all’economia tradizionale e maggior rappresentanza sono state sempre arrogantemente disattese da una classe politica estranea ed ostile al mondo montanaro. 

Un centralismo sfacciato si è manifestato con la nascita delle cosiddette “Città metropolitana” che hanno sancito l’egemonia cittadina a scapito delle periferie; ugualmente umiliate dalla corporativa decisione di escludere i cittadini dal voto per le amministrazioni provinciali. 

Il “Patto delle Alpi piemontesi” resta ad oggi lettera morta ma la richiesta di un diverso e più equilibrato rapporto fra città e montagna resta valida e condivisibile. Almeno da chi si proclama e vuol essere autonomista. 

    Ecco di seguito il testo del documento.   

*** 

“Patto delle Alpi piemontesi”

   Considerato che sessant’anni dopo la firma della Carta di Chivasso per le popolazioni delle vallate alpine del Piemonte è peggiorata la situazione di emarginazione politica, economica e culturale e questa tendenza non è stata modificata neppure con l’entrata in vigore della “Convenzione delle Alpi” che, dopo la ratifica da parte di tutti i paesi alpini, ivi compresa l’Italia, resta in attesa della sua attuazione e in particolare di un protocollo specifico relativo alla popolazione alpina. 

noi, cittadini delle valli alpine del Piemonte, affermiamo quanto segue: 

Premessa 

    In Piemonte ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale: una pianura quasi completamente antropizzata è circondata da un territorio che si sta sempre più desertificando e la linea di demarcazione tra queste due realtà corre poche centinaia di metri a monte della fascia pedemontana, zona tra le più densamente abitate, quasi una città diffusa che traccia il confine tra la Grande Pianura e le Alte Terre ed in questo contesto vanno comprese alcune “porzioni di valli” che, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, hanno subito un “percorso di sviluppo” legato ad un modello di turismo non sostenibile e nelle quali si sono riprodotte dinamiche tipiche dello sviluppo urbano. 

    Tale modello pur avendo “arginato”, in queste aree, il fenomeno dello spopolamento favorendo l’inserimento di persone attratte dalle nuove opportunità economice, ha lasciato impatti pesanti sul territorio compromettendone per sempre le qualità ambientali, naturalistiche e paesaggistiche. 

    La montagna era stata, se non fiorente, sicuramente forte quando le persone che la abitano facevano riferimento anche a una seconda scala di valori, oltre a quella personale e una scala di valori comuni è ancora condivisa dalle comunità che vivono la montagna. 

     In questo contesto comunitario per le popolazioni delle vallate alpine non è possibile accettare un approccio contrattuale alla vita, perchè ci sono cose che sono sentite come patrimonio collettivo e che costituiscono l’essenza stessa e il motivo d’essere della comunità, ci sono cose che non sono in vendita e perciò è impossibile quanto inutile immporne il prezzo. 

    Se l’approccio liberal ha funzionato in pianura, bene o male che sia, in montagna ha dimostrato tutti i suoi limiti e ad esso va in buona parte imputato lo spopolamento delle valli alpine ed il modello di sviluppo turistico non sostenibile che caratterizza alcune alte valli. 

    Le valli alpine e la pianura negli ultimi tre secoli si sono allontanate, ma questa frattura va superata nell’interesse di tutta la regione. 

    La regione non può che essere un insieme composto da tasselli ai quali va riconosciuta pari dignità su tutti i piani, dando visibilità, peso e voce a tutte le differenze, che sono il grande patrimonio del Piemonte. 

   Questo è il modo di realizzare il “Sistema Piemonte”. 

  Temi essenziali 

1° la struttura di potere: 

gli interessi delle popolazioni alpine non sono rappresentati nella struttura di potere ed esse sono in posizione subalterna rispetto al potere centrale; 

è lo Statuto Regionale che deve porre fine a questa situazione, facendo proprio in modo chiaro che il concetto di sussidiarietò, recependolo come valore fondante nel “corpus legis” regionale. 

2° la gestione del territorio: 

essa è di competenza delle popolazioni alpine, le quali devono essere rappresentate nelle istituzioni in modo proporzionale alla propria consistenza numerica che all’estensione del territorio montano che vivono. 

3° il livello minimo dei servizi: 

–  ai giovani si debbono garantire pari opportunità nell’accesso ai servizi. 

– la arrività preposte ad essere offerta ad un livello di qualità. 

Le richieste delle valli alpine 

– le popolazioni delle vallate alpine devono partecipare alla struttura di potere regionale perciò chiediamo innanzitutto la ridefinizione dei collegi elettorali in modo da garantire la presenza di rappresentanze alpine a tutti i livelli; 

– ogni decisione relativa a interventi strutturali e ogni tipo di utilizzo delle risorse del terriitorio, deve passare attraverso il consenso degli abitanti delle valli, consenso che si può esprimere sia attraverso consultazioni popolari, sia con delibere dei consigli comunali, sia con iniziative previste dagli statuti comunali; 

– in ogni atto degli enti componenti, U. E., stato, regione e provincia, deve essere prevista una normativa spcifica per la montagna; 

– l’erogazione dei servizi deve affrancarsi da considerazioni prettamente economiche ed efficienziali, la qualità dei servizi deve diventare lo strumento per promuovere insediamenti produttivi e per creare un clima di vivibilità; 

– il razionale e corretto utilizzo delle risorse naturali deve trovare una collocazione funzionale alla possibiità di vivere la montagna, l’approccio del “laissez faire” deve essere rivisto, cominciando dall’utilizzo dell’acqua e dalla gestione dei parchi naturali per poi essere comunque estesa a tutto il territorio; 

– i giovani delle valli devono essere messi in condizione di avere pari responsabilità rispetto a quelli della pianura, a livello formativo e professionale, con particolare riguardo alla possibilità di formazioni miate alle attività e alle eccellenze tipiche del vivere il monte; 

– si deve ridurre la “distanza territoriale” tra montagna e pianura attuando una politica di prezzi nell’erogazione dei servizi e una gestione adeguata per i trasporti,  utilizzando in modo efficace le nuove tecnologie e utilizzando la leva fiscale come strumento perequativo; 

– la manutenzione del patrimonio alpino, il suo presidio e la tutela ambientale, naturalistica e paesaggista del territorio devono essere considerati servizi erogati dalle popolazioni delle vallate a vantaggio di tutta la regione; 

– la pluriattività, sia iindividuale che famigliare, è storicamente alla base dell’impianto dell’economia alpina, perciò va riconosciuta, normata e tutelata a tutti i livelli. 

Foto di Cristian Giordano

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