Un Centenario da celebrare come Dio comanda

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di Luigi Basso – Tra pochi mesi ricorrerà il Centenario della Marcia su Roma, che possiamo fin d’ora definire uno dei momenti fondativi della giovane nazione Italia.
La Marcia su Roma costituisce un fattore cruciale perché rappresenta il momento nel quale, per la prima volta dal 1861, le masse innervarono con vigore la vita politica del Regno d’Italia, conquistando con la sola forza della volontà il posto che meritavano dopo la unificante vittoria nella Prima Guerra Mondiale.
Del resto Gramsci aveva ben compreso la natura degli italiani allorquando scriveva che l’Italia è immancabilmente fascista prima ancora della Marcia su Roma, prima ancora dell’arrivo del Duce.
Ora, va detto, la ricorrenza non coglie certo alla sprovvista l’Italia: i preparativi della celebrazione fervono infatti già da mesi.


Si è cominciato con lo svuotamento, accolto con virile entusiasmo dal popolo, della Costituzione della Repubblica e del Parlamento, vecchi arnesi delle plutocrazie delle pance piene.
Persino i Giudici siciliani hanno sottolineato che la considerazione per la singola persona umana risulta sbiadita dinanzi alla intrepida e diuturna campagna di vaccinazione di massa (portata avanti senza cedimenti verso piagnistei tipicamente borghesi sui diritti, va aggiunto).


Per continuare con le celebrazioni del Centenario, non poteva mancare una bella epurazione a norma di legge, questa volta contro i Russi in quanto tali (e non solo contro coloro che si sono resi autori di violazioni del diritto), ma anche contro quelli che non c’entrano nulla con l’attacco all’Ucraina, facendo di tutti un solo Fascio: i beni che sono anche solo sospettati di appartenere a cittadini Russi vengono sequestrati.
Ma per celebrare il Centenario degnamente non basta: e allora, gatti russi, cani russi, persino gli alberi russi, non vengono risparmiati dalla romanissima ritorsione.


I libri russi, gli scrittori russi (anche quelli che non hanno mai conosciuto Putin) sono banditi.
Gli artisti, i cantanti, i musicisti russi che non fanno pubblica penitenza, sono oscurati, censurati, allontanati da Balilla agée per ora senza fez.


Ci sono ancora piccole sacche di intellettuali italiani non allineati, è vero, ma alacri e solerti gerarchi hanno già compilato le liste dei collaborazionisti che avranno presto la giusta mercede: per l’entrata in scena delle squadracce dei Farinacci, munite dei purificatori olio di ricino e manganello, si provvederà più avanti.
Con un ritmo sempre più frenetico ed incalzante le latine celebrazioni del Centenario proseguono forsennate.


L’imperativo autarchico è già stato diramato dalle Alpi a Capo Passero: basta gas, petrolio, grano e metalli russi; basta vodka, caviale, e, per non fare figli e figliastri, basta anche con l’insalata russa.
Le fabbriche sono già pronte a convertirsi alla produzione del lanital, la romantica e romanica fibra autarchica, del caffè con la cicoria o con i fichi, e così via: come si diceva nel ventennio precedente, mangiare è un’abitudine borghese e la rinuncia a qualche piccolo lusso servirà a temprare nuovamente come brillante acciaio l’indole guerriera degli italiani, appena infiacchita da anni di lussi e mollezze: la carne fa male, i carboidrati ingrassano, orsù.


Intanto la spesa per gli armamenti salirà al 2% dell’italico PIL.
Chissà da qui al 28 ottobre quante altre manifestazioni di ardore littorio verranno apparecchiate.
Tuttavia, nonostante l’impressionante mole di celebrazioni fin qui mostrata, nel cuore degli indomiti italiani, sempre fedeli alle consegne, alberga una sola speme: la Guerra.
Quasi non osassero pronunciare quella parola per l’emozione che stringe loro la gola di passione, la celebrazione del Centenario sarà perfettamente fascista solo con una igienica e virile Guerra contro l’invasore russo.
I cocci saranno raccolti a Milano, in fondo a Corso Buenos Aires.

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