Scuola, la differenza tra Nord e Sud non si risolve col pianto antico

6 Aprile 2023
Lettura 3 min

di Sergio Bianchini – Oggi, 6 aprile 2023, ho letto con attenzione un enorme servizio, che dalla prima pagina dilaga in altri due paginoni, con cui il quotidiano La Repubblica analizza la situazione della scuola in Italia e nel Sud.

Che delusione! Il tema è il divario tra livelli di abbandono scolastico al sud e nel resto di Italia ed Europa. Ma la prima cosa sorprendente  è che non si esamina l’abbandono scolastico nei vari livelli dell’istruzione ma lo si esamina con statistiche sui giovani tra i 18 e i 24 anni.

Nessuno ricorda che l’obbligo scolastico in Italia (ma anche in Germania) è fino ai 16 anni?

I dati di quella fascia volutamente depistante (18-24 anni) dicono che la media europea di abbandono precoce dei percorsi formativi è del 9,7 % mentre l’Italia sta al 12,7 seguita solo da Spagna e Romania. La Germania però si colloca molto vicina all’Italia con un 11,8%. Su questa vicinanza nessuna considerazione.

L’intento evidente e perfino sfacciato del servizio non è chiarire le disfunzioni ma drammatizzare “ le disuguaglianze” e quindi invocare più soldi per Napoli.

Ma una statisca su Napoli, messa in secondo piano nel medesimo servizio smentisce proprio la drammaticità. Infatti si parla di 76912 alunni iscritti in totale nelle scuole.  Parlando di alunni si escludono dunque i livelli universitari pur calcolando tutti fino ai 19 anni. Si confonde ancora non distinguendo tra età dell’obbligo fino a 16 anni e ed altri livelli, fino 19 anni. Ebbene, pur con questa consueta confusione il numero di studenti con forte rischio di abbandono entro fine anno è intorno all’7%, ben inferiore al quasi 13% segnalato col criterio dei 18/24 anni.

Sono convinto che se si esaminasse la situazione suddivisa tra elementari, medie e primi due anni delle superiori cioè fino a 16 anni  le percentuali sarebbero ancora minori.

Purtroppo la scuola in Italia non è usata per istruire ed educare il giovane reale. E’ usata per piagnucolare e drammatizzare generando così stipendi ai disoccupati del ceto medio del sud ed alle associazioni che cercano di “eguagliare il destino dei giovani di tutta l’Italia”.

Obiettivo impossibile e perfino dannoso. Quale forzatura sarebbe questa eguaglianza se ottenuta solo in ambito scolastico? Sarebbe una promessa ingannevole.

La differenza socioeconomica, strutturale e storica in Italia, tra nord centro e sud non può essere vinta, ammesso che questo sia un grande obiettivo, col pianto antico. Mi sembra inoltre che la polarizzazione degli intellettuali meridionali su questa differenza azzeri anche qualunque specificità e ricerca macroregionale ed ogni vero spirito creativo conforme alla cultura stessa delle macroregioni.

Alla fine del servizio, dopo aver notato che tutti i soldi in più fino ad ora già stanziati per l’”uguaglianza” non sono serviti a niente (intervista a Marco Rossi Doria) cosa si chiede? Ancora soldi e specialmente a Napoli. E per cosa? “Garantendo asili nido, tempo pieno e palestre” e poi mense.

Nessuno sottolinea che al sud  molte madri (ma non poche anche al nord) preferiscono avere i figli piccoli a casa nel pomeriggio non avendo l’impegno lavorativo. Nessuno considera che  anche al nord la percentuale di tempo pieno è inferiore al 50% nonostante l’enorme pressione esercitata dai media e dal personale della scuola in favore del tempo pieno.

Vedere i dati specifici sulla diffusione regionale del tempo pieno al seguente link. https://www.cislscuola.it/fileadmin/cislscuola/content/Scuola_e_formazione/2018/03_2018/41-43_Tempo_scuola.pdf

Nessuno sottolinea che la scuola media svolge mostruose 6 ore consecutive di lezione al giorno divenendo spossante per alunni e insegnanti e incidendo fortemente sugli abbandoni.

Nessuno sottolinea che il tempo pieno non riguarda gli insegnanti statali che a differenza di quelli regionali o delle scuole non statali (36 ore settimanali) vede un orario di circa 20 ore settimanali.

Nessuno sottolinea che pur essendo l’obbligo scolastico fino a 16 anni non esista una qualifica professionale possibile al termine appunto dei 16 anni.

La tendenza a forzare la presenza a scuola dei giovani è una delle caratteristiche direi fallimentari degli “amanti della scuola e dei giovani”. Col solito travestimento amorevole tiranneggiano sia gli adulti che i giovani ed allargano solo i propri vantaggi. Hanno la fissa del tempo pieno obbligatorio possibilmente dai 3 ai 24 anni. E hanno davvero stufato giovani e adulti.

Che guaio. Certo che oggi la mia sima della serietà di Repubblica è crollata di un altro 50%. La fretta di dirottare risorse del PNRR a Napoli è per me troppo evidente e unilaterale e sincronica rispetto al dibattito sulla ridefinizione dei soldi non spesi del piano nazionale di ripresa e resilienza PNRR .

Aspetto invano analisi obiettive e serie sulla scuola da decenni. Per ora invano.

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