Presidente Fontana, perché fa decidere tutto a Roma? Ma lei non era autonomista?

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di Roberto Pisani – Che sia in atto una controffensiva nazionalista e centralista atta a sopire ogni rivendicazione autonomista penso che sia sotto gli occhi di tutti. Dopo gli ormai ultra famosi provvedimenti assistenzialisti nazionali, a cominciare da quel reddito di cittadinanza che avrebbe dovuto, nella mente di chi l’ha fortemente voluto, abolire la povertà e che l’unico risultato che ha sortito è stato quello d’assunzione di oltre 3000 inutili tutor oltre naturalmente a succhiare altro denaro dalle mammelle della mucca nordista, per finire alla chiusura totale di tutte le regioni voluta dal governo durante il primo lockdown, anche in quelle che contavano pochissimi casi di contagio, all’insegna del “siamo tutti uguali”, anche se poi proprio tutti uguali in verità non siamo, come se ci fosse la necessità di sottolineare l’unità di questo paese, ora, come se non bastasse ecco che corre in supporto anche la stampa nazionale ad attaccare pesantemente i sussulti autonomisti. 

Mi riferisco, nel caso non si fosse capito, ad articoli apparsi nei giorni scorsi su alcuni quotidiani e nello specifico a quello a firma di Lorenzo Giarelli pubblicato dal “Il Fatto Quotidiano” del 29 novembre corso dal titolo “Le Regioni del Titolo V anatomia di un disastro” seguito dall’intervista a Gianfranco Viesti titolata “Stop allo strapotere dei governatori: ora serve una riforma” in cui si auspica addirittura la revisione della norma della costituzione che sottolinea l’autonomia dei Comuni, delle Province, delle città Metropolitane e delle Regioni.

A dire il vero il sopracitato articolo fa eco ad uno precedente apparso su “Il Corriere della Sera” scritto da una delle firme più autorevoli della prima testata nazionale, dopo “La Gazzetta dello Sport”, tanto per dare anche un peso specifico a questa nazione. Mi riferisco all’articolo pubblicato il 12 novembre scorso sulla testata nazionale “I localismi frenano le scelte” a firma di Ernesto Galli della Loggia, in cui l’autore auspica il ritorno alla Costituzione originaria, quella per intenderci in vigore dal 1948 al 2001, quella appunto che riconosceva l’autonomia degli enti locali.

Sono segnali forti, al limite della provocazione, ma che non devono essere assolutamente sottovalutati. Disconoscere l’autonomia degli enti locali significa avanzare verso un centralismo e un nazionalismo molto pericoloso.

Naturalmente tutto questo va contestualizzato e lo spunto lo da la gestione non troppo efficiente da parte di alcune regioni dell’emergenza sanitaria e proprio per questo, se si crede fortemente alla battaglia autonomista, bisogna rispondere con i fatti, sfruttando quei pochi spiragli che il governo centrale offre.

Il mio riferimento, neanche troppo velato, è a Regione Lombardia che ha gestito in questi mesi l’emergenza sanitaria in modo perlomeno discutibile, inciampando in alcuni errori a dir poco grossolani, a partire dalla delibera di giunta del’8 marzo scorso che di fatto mandava i malati di covid nelle rsa a fianco dei soggetti più deboli, gli anziani ricoverati in quelle strutture, per finire ai vaccini antinfluenzali. Ma davvero li avrebbero acquistati presso un dentista di Bolzano che li avrebbe importati da un intermediario turco grazie all’intervento di un conoscente cinese? Io non ci credo. Ed in mezzo l’ormai nota vicenda dei camici. Fatturati, donati, bonificati, ristorati… Un pasticcio mai visto.

Fatti questi che, oggettivamente, gettano interrogativi sull’operato dell’amministrazione regionale lombarda e che, proprio per questo, dovrebbero spingere ad una reazione forte da parte del governatore per dimostrare di essere in grado di gestire quell’autonomia che 3 milioni di lombardi hanno chiesto. E invece no. Il governatore lombardo decide ancora una volta di non decidere. E l’occasione era ghiotta e, a mio avviso, sacrosanta.

Si trattava di mettere in atto quello che il governo centrale ha concesso alle regioni: la suddivisione in aree diverse in base ai dati dei contagi e della propagazione del virus.

La proposta è stata respinta al mittente. Che decida il governo centrale!

E no caro Governatore, così non va, specie se consideriamo la sua provenienza politica. Lei è stato, prima che amministratore pubblico, militante di un partito che ha fatto dell’autonomismo territoriale il suo credo e la sua fortuna politica. E proprio adesso che questa autonomia viene attaccata da più parti e lei ha la possibilità di metterla in pratica, sebbene nei pochi spazi d’azione da uno dei governi più centralisti e meridionalisti che ci sia mai stato, cosa fa? Depone le armi!

Ma come pensa di rendere credibile la sacrosanta battaglia autonomista se non ha nemmeno la forza e il coraggio di prendere queste decisioni? Sempre ammesso che lei questa battaglia la voglia ancora combattere.

Governatore batta un colpo in tal senso, se no crea il sospetto che non voglia portare avanti quello che quei 3 milioni di lombardi le hanno chiesto e che invece risponda a ordini di scuderia (politica) atti a tutelare un consenso elettorale di alcune aree del paese, che inevitabilmente verrebbe messo a rischio da una forte autonomia regionale, con tanto di denari per la sua applicazione, della Lombardia.

Oppure, Presidente Fontana, davvero crede che tutta la regione abbia le stesse criticità nei confronti del virus? Come può pensare che le aree di confine regionali, spesso con bassa densità di popolazione, e mi riferisco alle nostre campagne e montagne, abbiano le stesse possibilità di contagio di Milano dove la densità di popolazione è notevolmente superiore?

Vi è anche una terza ipotesi, ossia che lei, come altri, creda in un’autonomia regionale e non territoriale e che veda in Milano il centro del potere in luogo di quello romano. E no Presidente, quella non è la vera autonomia. La vera autonomia è quella che riconosce il ruolo degli enti delocalizzati, i Comuni, le Province, gli Enti Distrettuali.

A noi residenti nelle aree decentrate non interessa passare da un potere romanocentrico ad un potere milanocentrico, il rischio è quello di fare la fine di quell’Arlecchino “servo di due padroni”. A noi interessa che venga applicato appieno il principio della sussidiarietà verso gli enti locali decentrati, Comuni e Province, che devono tornare ad avere un ruolo centrale nel governo dei territori. Questo è il vero principio d’Autonomia.

Diversamente diamo ragione a chi vuole abolire il Titolo V della Costituzione che porterebbe, inevitabilmente, ad una deriva centralista e nazionalista.

Presidente Fontana batta un colpo se no ne sarà complice.

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