Per un leghismo che vada oltre la Lega: Macroregioni e istruzione. Non si fanno con “Prima gli italiani”

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di Cuoreverde – In questi giorni afosi di luglio mi astengo deliberatamente dal seguire gli sviluppi della crisi di governo. Un mondo troppo lontano dalla realtà. Preferisco invece commentare la notizia della convocazione, per il 20 settembre, del Consiglio Federale della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. All’ordine del giorno è prevista anche l’indizione del Congresso Federale. Le questioni che riguardano la “vecchia” Lega sono varie e complesse (commissariamento, ricorsi, iscritti ecc.), ma qui vorrei limitarmi ad esprimere un mio piccolo personale suggerimento per un eventuale dibattito politico congressuale. Si tratta, in definitiva, di considerare obiettivi circoscritti e praticabili. Certamente non mi riconosco nella “Lega del Presente” , la Lega tricolore di Salvini, partito nazionalista (“Prima gli italiani”) privato di ogni riferimento al Nord e all’autonomia della Padania. Ogni tanto, per mio piacere personale, ripercorro idealmente i momenti più significativi della “Lega del Passato”, la Lega di Bossi. Ma, in questo caso, non si può evitare di considerare anche gli errori compiuti: innumerevoli iniziative intraprese ma pochissimi risultati ottenuti. In particolare, sul piano socio-culturale. In questo senso, vorrei poter contribuire alla costruzione di una “Lega del Futuro”Per un leghismo che vada oltre la Lega

Per iniziare, sarebbe un piccolo ma rilevante risultato realizzare un progetto politico “soft” come la “super-regione della Padania” di Guido Fanti (1975), una alleanza delle regioni del Nord padano che all’epoca fu appunto definita “lega del Po”. Ritengo che per arrivare ad una vera autonomia occorra comunque partire con gradualità e senza percorre le astruse quanto scarsamente realizzabili geometrie dei decentramenti verticali, orizzontali e differenziati. In questo senso, con una situazione geopolitica ben chiara e definita come quella della Padania, non comprendo per quale motivo i presidenti delle regioni del Nord, non abbiamo mai ritenuto opportuno riunirsi periodicamente in una specie di “conferenza” istituzionale per discutere di temi di interesse comune, a prescindere dalla loro appartenenza partitica.

Un altro argomento che mi interessa particolarmente è l’insegnamento delle lingue locali nelle scuole. Paradossalmente, lo studio scientifico dei “dialetti” è stato variamente sostenuto come metodo per insegnare l’italiano nelle scuole elementari a partire dalla seconda metà dell’ottocento da studiosi come Graziadio Isaia Ascoli fino ad arrivare a Lombardo-Radice. Quest’ultimo, negli anni 1922-1924, collaboratore diretto del Ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile, si occupò della stesura dei programmi ministeriali per le scuole primarie, inserendo, fra le altre materie, anche l’uso delle lingue locali nei testi didattici. Il metodo Dal dialetto alla lingua di Lombardo-Radice, negli anni seguenti, fu sostanzialmente accantonato perché il fascismo, fortemente impegnato nella costruzione del nuovo cittadino italiano, e, quindi, nella eliminazione di ogni differenza che potesse contraddire questo assunto tanto ideologico quanto artificiale, adottò una politica linguistica chiaramente antidialettale e dialettofoba. Si voleva equiparare la pretesa nazione italiana ad una sola lingua attraverso la pratica dello sradicamento sistematico dei dialetti. Reintrodurre lo studio delle lingue locali nelle scuole dopo la seconda guerra mondiale, sarebbe stato, pertanto, un vero e proprio atto “anti-fascista”.

Prima di questa fase dialettofoba erano comunque già da tempo in uso testi e dizionari dal dialetto all’italiano corredati di grammatica, declinazioni e verbi, redatti da studiosi e professori patrocinati da scuole ed università. Ad esempio, le opere per le scuole elementari di Giulio Nazari Dizionario Vicentino-Italiano e regole di grammatica ad uso delle scuole elementari di Vicenza, 1876; Dizionario veneziano-italiano e regole di grammatica ad uso delle scuole elementari di Venezia, 1876, parallelo fra il dialetto bellunese rustico e la lingua italiana. Saggio di un metodo d’insegnare la lingua per mezzo dei dialetti nelle scuole elementari d’Italia, 1894.

Rimarchevole poi la pubblicazione dei testi della serie Esercizi di traduzione dai dialetti (della Liguria, della Lombardia, della Sicilia, ecc.) edita dalla Paravia negli anni ’20. Nelle “Avvertenze per i maestri” di uno di questi testi di può leggere: “Il maestro tenga sempre presente che questi manualetti devono servire non ad insegnare il dialetto, che gli scolari conoscono già perfettamente, ma ad insegnare la lingua per mezzo di esso”.

Quando un popolo riscopre la propria lingua nella dignità di materia scolastica è chiaro che si possono creare le basi per una spontanea e consapevole coscienza politica autonomista. Esattamente il contrario di quello che auspicava la scuola fascista. L’insegnamento delle lingue locali, negli ultimi anni, è stato solo oggetto di banali strumentalizzazioni politiche. L’unica vera battaglia che la Lega avrebbe dovuto vincere. La battaglia culturale. Non si sarebbe trattato quindi di “diminuire” il sapere degli alunni ma di “aggiungere” cultura. La nostra cultura. Senza inutili conflitti. Una nuova Lega, secondo me, dovrebbe pertanto sostenere, con forte impegno, l’insegnamento delle lingue locali nelle scuole.

A coloro che poi ritengono che si tratti di una questione retrograda e fuori moda, vorrei far notare che è proprio di questi giorni la notizia che i distributori automatici di carburante di oltre 1.700 stazioni di servizio di una nota impresa del settore “parleranno” i dialetti locali di cento province. I distributori, multilingue, con apposito pulsante, forniranno istruzioni oltreché in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, anche nel dialetto locale al quale, pertanto, viene riconosciuta “dignità di lingua”.



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