Partiti da rifondare e riforme da fare. Impareranno i “nostri eroi”?

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di Giovanni Cominelli – Facendo il verso al romanzo più famoso dello scrittore tedesco Hans Fàllada – “E adesso pover’uomo?” – i partiti, travolti dallo tsunami-Draghi, si stanno interrogando angosciosamente: “E adesso, povero partito?!…”. Tutti i partiti lo fanno, eccetto Fratelli d’Italia, immobili nella postura di galoppo di un cavallo di marmo. Chissà se i partiti approfitteranno della pausa d’ombra, offerta loro inaspettatamente da Mattarella-Draghi, per ripensare la propria missione originaria, che hanno progressivamente abbandonato.


Dal  9 settembre 1943 – data di costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale – al 27 marzo del 1994 – data di inizio della Seconda Repubblica – la missione storico-istituzionale dei partiti li collocava come soggetti istituzionali intermedi tra la società civile e lo Stato. Non è né una posizione neutrale né simmetricamente intermedia. I partiti sono un’ellissi. Il fuoco maggiore: costruire e rinnovare incessantemente lo Stato quale condizione trascendentale di convivenza civile, di controllo del naturale “bellum omnium contra omnes”, di esercizio concreto delle libertà, di inviolabilità di ciò che è più umano dell’uomo. Il fuoco minore: rappresentare gli interessi della società civile e estrarre dal magma ribollente dei conflitti una classe dirigente, cioè individui che, muovendo da interessi particolari, vadano a porsi dal punto di vista dello Stato. 


Se i partiti perdono l’orizzonte della statualità, la loro rappresentanza degli interessi assume un profilo corporativo. Peggio: si piega lo Stato e le sue articolazioni fondamentali alla potenza degli interessi. Si innesca così un cortocircuito, nel quale le tendenze corporative della società sono rappresentate/rinforzate dallo Stato politico e dallo Stato amministrativo. Quanto abbiano contribuito alla decadenza corporativa dei partiti e della società civile un’istituzione-governo debole e un sistema elettorale proporzionale è arcinoto. L’assetto istituzionale dello Stato costruito tra il 1943 e il 1948 fu quello possibile nel contesto internazionale dell’epoca. Da allora i partiti hanno, sì, continuato a guardare in direzione dello Stato, fino diventandone quasi articolazioni interne, ma con un approccio sempre più “particulare” e famelico di potere. 


Questo non solo fino al 1989, anche dopo, fino al 2021. Dalla società civile hanno distillato una classe politica sempre meno dirigente, cioè individui ossessionati dal consenso, dalle lobby, dagli interessi e privi del senso dello Sato. Così, il consenso democratico da carburante è diventato il volante della macchina democratica, il partito ha cessato di generare classe dirigente, è diventato una spugna passiva degli interessi. 


Risultato? Ciò che abbiamo sperimentato in questi anni: un Paese che involve su se stesso e che tende verso l’implosione corporativa, con il  sottofondo del sordo e immobile odio di tutti contro tutti, che soffoca le forze della produzione, dell’innovazione culturale e sociale, dello sviluppo.

Ora, all’ombra del governo-Draghi, i partiti hanno l’opportunità di rifondare la propria antica missione: quella della costruzione della statualità, della progettazione/manutenzione di un nuovo Stato politico e di un nuovo Stato amministrativo, della formazione di una classe politica dirigente.


Il primo passo consiste nel costruire un’Istituzione-Governo forte e stabile. Il che si può ottenere solo se viene riconosciuto agli elettori il potere di eleggere direttamente il Capo di Stato e di governo. 
Perché, finora, la riforma semi-presidenzialistica è fallita? 
Perché chi sta all’opposizione teme che la maggioranza, nel caso di un’elezione diretta, passi alla “democratura”. Perciò Berlusconi ha fatto fallire la Bicamerale del 1997-98; perciò il M5S, Berlusconi, Salvini e una parte del PD – quella che ha l’ossessione anti-Renzi – hanno votato NO nel referendum del 2016. 


Ora si aprono due finestre per la riforma semi-presidenzialistica: a) tutti i partiti, eccetto uno, appoggiano il governo, ma sono meno coinvolti direttamente nell’attività e nei meccanismi di governo, perciò hanno più tempo per pensare alle istituzioni; b) i quattro partiti maggiori oscillano tra il 15% e il 25% del consenso. Questo significa che, nell’approvare una riforma costituzionale che preveda l’elezione diretta del Presidente, ciascun partito può muoversi dietro un provvidenziale “un velo di ignoranza”: nessun sondaggio può ragionevolmente prevedere chi vincerà/chi perderà. 

Il secondo passo-corollario è un nuovo sistema elettorale uninominale a doppio turno. Il doppio turno contempera il ruolo dei cittadini – che eleggono direttamente e non affidano al partito la scelta del proprio rappresentante – e il ruolo dei partiti.

Quali gli effetti positivi di una simile riforma? Molti. 
Il governo dura per cinque anni: le imprese, le famiglie, gli individui, la politica e il governo possono progettare sul medio periodo. Si potranno fare le riforme, discusse per anni, perennemente sulla rampa di lancio, in attesa del count-down, che viene sempre rinviato, perché i governi cadono come pere.

Dal 2018 ad oggi, il governo-Draghi è il terzo, uno all’anno.
Il sistema diventa più partecipativo e più democratico: per tutti gli autonominatisi “portavoce del popolo”, una bella occasione per lasciarlo parlare e decidere direttamente. La gente si riappropria della politica. Questa è la democrazia diretta.


Un diverso riallineamento tra Cittadini-elettori, Governo, Stato rende più fattibile una nuova configurazione giuridico-istituzionale della forma-partito, oggi soggetto giuridicamente privato, ma detentore di un potere pubblico enorme. Da tale riconfigurazione deve conseguire una legge di controllo pubblico, a garanzia del carattere democratico delle procedure di formazione della volontà politica dei partiti. La deriva attuale del centralismo personalistico-carismatico-correntizio nei partiti ha favorito “la selezione avversa” della classe dirigente, il cui livello di alfabetizzazione politica si è venuto progressivamente deteriorando. Succede, infatti, che il cavallo – o presunto tale – coopti solo dei muli, i quali cooptano solo degli asini, i quali cooptano altri asini…

Sarebbe ingeneroso dimenticare che i partiti hanno tentato più volte di riformare lo Stato: con la Commissione Bozzi (1983/85), con la Commissione De Mita-Iotti (1992/94), con il Comitato Speroni (1994), con la Commissione D’Alema (1997-98), con il Referendum del 1999, con il Referendum sul Nuovo Titolo V dell’ottobre 2001, con il Referendum del 25/26 giugno 2006, con la Bozza Violante del 2007, con il Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali del 2013, con il Referendum del 4 dicembre 2016.


Come si vede, il postino ha suonato più di due volte. 
Perché, finora, il sistema dei partiti non ha aperto la porta?
Una ragione è quella ricordata più sopra: ciascun partito teme di perdere potere a vantaggio di ogni altro, la destra a favore della sinistra, la sinistra a favore della destra, il centro a favore di ambedue. Ma la ragione fondamentale, che unisce nella complicità tutti i partiti, è che non hanno nessuna voglia di devolvere ai cittadini-elettori il potere di scegliere il governo. 


D’altronde la storia insegna che il potere non è mai stato spartito volontariamente da chi lo detiene. 
Basterà l’evento rivoluzionario del Covid a falsificare questa legge storica? Basterà l’evento rivoluzionario del governo Draghi?

Per gentile concessione dell’autore da santalessandro.org

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

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