Palazzo Chigi, un cerino che passa di mano in mano fino a quando?

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Nessuno vuole il cerino di Palazzo Chigi ?

di Luigi Basso – In principio fu Draghi che, alla chetichella, anzi “all’inglese”, come direbbe lui, prese la porta.
E prese la porta nonostante avesse di fronte un Parlamento che aveva ratificato praticamente tutto ciò che arrivava da Palazzo Chigi, e che non lo aveva sfiduciato.
In quei giorni molti ebbero la sensazione che Draghi volesse andare via da Palazzo Chigi ed i maligni aggiunsero che il Premier non voleva rimanere a bruciare la sua immagine internazionale restando in mano il cerino della crisi economica e sociale probabilmente più grave della storia d’Italia.


Con uno scatto formidabile, i più lesti ad allontanarsi dal cerino sono stati Letta e Conte, gliene va dato atto. I due ex alleati si sono guardati bene dal cercare seriamente accordi elettorali e, allo scopo di non correre neppure un lontano rischio di pareggio, hanno evitato persino di limitare i danni con un patto di desistenza almeno nei Collegi Uninominali: sconfitta secca doveva essere e così è stato.
A quel punto il cerino si è avvicinato a Giorgia Meloni.

Prima ancora che si aprissero le urne il 25 settembre, è toccato ad uno dei pesi massimi di Fratelli d’Italia cercare di allontanare la Meloni dal cerino di Palazzo Chigi dicendo pressapoco “con la tempesta che sta arrivando, facciamo un governissimo”: un coro di no dalla futura opposizione si è levato, naturalmente.
Dopo la vittoria elettorale la Premier in pectore, pur essendo sicura di una ampia maggioranza parlamentare, ha incredibilmente iniziato a offrire cerini a personaggi esterni alla coalizione vincitrice, cercando di piazzare i famigerati tecnici esterni nei posti chiave dell’Esecutivo: non si era mai visto il vincitore delle elezioni offrire i posti di comando ad altri.

Dopo che tutti i tecnici interpellati hanno risposto con un garbato “sono onorato, ma ora non posso, richiamo io”, all’interno del Centrodestra si è materializzato uno scoglio quasi insuperabile tra Giorgia Meloni ed il cerino di Palazzo Chigi: la senatrice Licia Ronzulli.


D’un tratto, come per incanto, tutti parlano solo di lei: Forza Italia l’ha proposta come personalità irrinunciabile del nuovo Esecutivo e allo stesso tempo Giorgia Meloni sarebbe arrivata a porre l’aut aut definitivo ed irrevocabile “Se c’è lei, me ne vado io”, manco fosse posseduta dallo spirito dell’altra Giorgia, la Maestra di Bon Ton e Table styling, quella che studia come evitare di attovagliare ospiti sgraditi e cafoni con i tipi fini dell’alta società ai pranzi di gala.


Le qualità della senatrice sono indubbie, ma francamente appare molto “finta” la duplice ripicca: da un lato non si comprende quale contributo irripetibile possa dare ad un Governo la Ronzulli, dall’altro lato risulta francamente assurdo arrivare a dire che non possa giammai fare il Ministro, a maggior ragione se si considera che abbiamo visto incredibili macchiette ricoprire ruoli chiave negli Esecutivi italici, anche e soprattutto del Centrodestra.


I maligni anche in questo caso ipotizzano che l’affaire Licia sia solo un modo per non prendere il cerino in mano.
Ieri, addirittura, Giorgia Meloni è sembrata lontanissima da Palazzo Chigi, dopo che alla prima votazione in aula (per eleggere il Presidente del Senato), la coalizione di centrodestra si è spaccata, ed il senatore La Russa è passato solo grazie ai voti di una parte consistente dell’opposizione (almeno diciassette su 200 senatori).
Un record mondiale imbattibile.
Mai si era vista una maggioranza così ampia andare sotto alla prima votazione.
Il tempo ci dirà se tutti questi episodi sono casuali ed involontari o se invece sono dettati dal non voler prendere il cerino vicino ad un deposito di benzina.
Una cosa però è certa: la situazione economica e sociale è forse irrecuperabile e la vista del BelPaese da Palazzo Chigi non deve essere allettante.

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