L’Europa che ha in testa la Lega di Salvini è senza il Nord. Ma dove vogliono andare?

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di BENEDETTA BAIOCCHI – Citava papa Giovanni Paolo II come santo dell’Europa dei diritti dei popoli, citava il trattato di Maastricht dove si parla di lavoro, di benessere per tutti. E indica questo come percorso di santità per emancipare la politica dalla schiavitù dell’Europa delle banche. Ricordate quando nel 2019 Matteo Salvini a Milano presentava il suo cammino per l’Europa del buon senso… l’European Alliance of People and Nation? Gruppi sovranisti, la nuova frontiera che supera le attuali classificazioni della politica, in apparenza. Non è vero che non esiste più destra-sinistra. Perché Salvini Premier è un partito di destra, più a destra di Fratelli d’Italia.

Oggi le appartenenze della destra sono in evoluzione e su questo terreno c’è divisione tra Salvini e Giorgia Meloni che, appena 2 anni fa, non aveva ancora sorpassato il capitano. E poi non c’era ancora Giancarlo Giorgetti e il governo Draghi.

In ogni caso gli alleati di Matteo sono solo i partiti di destra in Europa, solo che fa più figo chiamarli sovranisti. Cioè per un ritorno agli stati nazionali. Quale Europa vogliono? Ciascuno padrone a casa propria. Non redistribuzione dei migranti, ma più semplicemente nessun migrante in casa di ciascuno. Il muro più grande del mondo. Ovvio che è irrealistico ma fa incassare consensi e raddoppiare i parlamentari. Lo dice chiaramente: “l’obiettivo non è redistribuire i clandestini arrivati in Europa”. E giù voti…

Si va oltre il populismo, semplice discepolo del sovranismo. Si va oltre il soprannaturale perché resta il problema dell’economia che non parte. L’Europa sono l’ultima distrazione di massa del leader del partito Salvini Premier. Incassato il consenso, nulla sarà risolto sul territorio schiaffeggiato dalle tasse. Del Nord nessun cenno, è un luogo geografico, agricolo: la pianura padana irrigata dal Po.

Il punto è che l’Europa di Salvini non ha più il Nord. E al Nord a quanto pare non interessa in questa situazione di infatuazione politica, sentirsi del Nord. Da Repubblica lunedì 8 aprile 2019, si legge nel titolo: “I leghisti ora si sentono prima di tutto italiani (e i Dem un po’ meno)”.

Alla domanda sull’appartenenza, i leghisti si sentono per il 30% legati alla propria città o regione di appartenenza, per il 16% appena si sentono legati ad una identità del Nord, per il 9% cittadini del cento o del sud, per il 31% si sentono italiani, per il 14% si sentono cittadini dell’Europa e del mondo. Nel 2013, i rapporti di forza identitaria erano rispettivamente questi: 52% legati al territorio locale, 28% del Nord, 11% italiani e 9% europei e del mondo. Una rivoluzione copernicana. La mutazione passata anche attraverso la persuasione social, aveva compiuto il disastro.

La forza della persuasione mediatica, il fallimento politico della Lega sul fronte del federalismo, dell’autonomia, ha creato un vuoto di potere che la Lega stessa ha riempito di altri significati. Il Nord però non è solo un contenitore di voti, e questo, se non oggi, domani, tornerà a bussare alla porta della politica. Sono pendoli della storia, forse, o più semplicemente passaggi obbligati, resi più semplici da scassinare se il proprietario di casa ha creato tutte le condizioni per offrire sul piatto la debolezza dell’Europa delle regole fine a se stesse.

Non si va verso un’Europa più forte, ma verso una Europa di fatto più indebolita. Persino l’Europa cristiana, quella a cui si appella Salvini, era più grande dell’Europa che hanno in mente i sovranisti, tanti piccoli stati nazione soli contro i colossi del mondo. Nelle classifiche dell’economia del World economic forum, solo Svizzera e Olanda compaiono tra gli stati più efficienti ed economicamente prevalenti in competitività nel vecchio continente. Tutti gli altri, sono fuori dalla classifica. E tra gli stati con maggiore competitività, i primi dieci (tranne Singapore) sono tutti stati federali. Tanto per dire.

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