Le elezioni si rinviano solo in Italia. Negli altri Paesi si vota senza problemi e anche senza le beghe dei 5Stelle

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di Luigi Basso – L’atteso redde rationem tra Conte ed il Premier è stato rinviato.
Per cercare di capirne i possibili esiti occorre prendere le mosse dalla conferenza stampa di Draghi dell’altro giorno, tenuta dopo il Consiglio dei Ministri, il n. 85 del suo mandato.


L’incontro con i giornalisti si è svolto secondo l’usuale copione: il Premier ha raccontato la sua versione dei fatti, spesso poco credibile, con quel tono che ricorda gli svenevoli aristocratici decaduti, magistralmente portato sulle scene da Totò nella parte del Barone Zazà degli Ulivi in “Signori si nasce ….”; i presenti, con aria e tono sommessi, quasi scusandosi per l’ardire, impiattano domande banali ed inutili, su questioni frivole, arrivando pure alla palese adulazione ( una presente che è arrivata a dire “Visto che il Governo va avanti, tiriamo un sospiro di sollievo …”, il che ha titillato il Premier, notoriamente vanaglorioso, a sogghignare compiaciuto un falsamente modesto “No, perché ? Non ce n’è mica bisogno”: infatti, non ce n’era bisogno).


Attraversati dunque mari di saliva, superati i corpi dei presenti sdraiati in adorazione, i punti nevralgici emersi dalla Conferenza Stampa di Draghi sono stati:
1) non è vero che sono tornato precipitosamente da Madrid per la crisi di Governo: siccome c’era il Consiglio dei Ministri che si occupava del dramma delle bollette, ho sentito il dovere di essere presente; la storia non sembra proprio vera, poichè il Decreto era già pronto e sarebbe passato comunque in quanto il premier sarebbe stato assente giustificato e sostituito dal vice premier;


2) la mancata risposta alla domanda “Lei ha parlato male di Conte alle sue spalle ?”, fatto molto eloquente, che ha finito col marcare ancora di più la distanza tra l’ex e l’attuale Premier ed ha irrobustito le lagnanze dell’Avvocato del Popolo;


3) la minaccia rivolta ai 5 Stelle: se lasciate la maggioranza il governo cade e la responsabilità di andare a elezioni in un contesto emergenziale sarà vostra.
Quest’ultima riflessione è in realtà un bluff per due motivi.


In tutti i Paesi civili le elezioni non sono incompatibili con una situazione di crisi; in Israele si voterà a novembre per la quinta volta in tre anni; a novembre ci saranno le mid terms americane, la Francia ha appena rinnovato Presidente della Repubblica e Parlamento, e così via: quando si vota, il Governo resta in carica nel pieno dei suoi poteri fino a quando non se ne insedia un altro.


In secondo luogo, e soprattutto, se i 5 stelle uscissero dalla Maggioranza, Draghi avrebbe comunque i numeri per governare e dovrebbe essere lui, in questo caso, a staccare la spina dimettendosi: dunque sarebbe il Premier a prendersi la responsabilità di lasciare pur avendo la maggioranza; i cittadini non capirebbero e lo riterrebbero un incosciente.


Nel frattempo, per fare fronte alla siccità, il Governo pensa ad un Commissario all’emergenza che prenderà le decisioni al posto dei Governatori delle regioni del Nord.
Dopo il commissariamento della sanità in epoca Covid, avvenuto sfruttando l’escamotage linguistico della profilassi internazionale, il centralismo statalista fa un altro balzo in avanti.


Naturalmente i Governatori non obiettano nulla, anzi sono contenti: sembrano solo interessati al pagamento dei loro emolumenti.
A rinsaldare, poi, il legame tra cacicchi locali e Governo è pure intervenuto il robusto aumento (quasi il doppio, a regime, dal 2024) delle indennità di Sindaci, Assessori e trombati messi nelle partecipate, il cui assegno è parametrato a quello dei Sindaci.


Le prebende sparse a piene mani servono, certo, per fidelizzare la massa di amministratori locali alla causa centralista, ma non servirà a fermare lo tsunami in arrivo.

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