Le due Italie

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di Raffaele Piccoli – Che esistano due Italie, credo non ci siano dubbi questa realtà è tale da sempre, dall’unità in poi non ha potuto che peggiorare. A nessuno sfugge che mentre le regioni Padane producono ricchezza e lavoro l’altra parte d’Italia utilizza in nome della solidarietà di “ Nazione “ e nell’ottica di un unico Popolo buona parte delle risorse prodotte.

Il ruolo del centralismo romano è proprio questo, mediare tra chi produce più di quanto consuma, e chi consuma più di quanto produce.

A nessuno dovrebbe sfuggire come l’efficacia comunicativa di chi consuma sia enormemente superiore a quella di chi produce. Il dibattito ormai consueto che si è acceso in queste settimane dopo la presentazione della modesta bozza Calderoli sull’autonomia differenziata ne è un eclatante esempio. Le fonti di stampa, e le dichiarazioni dei politici a questo proposito sono chiarissime quasi paradigmatiche.

La Gazzetta del Sud si scaglia con forza contro la “ secessione dei ricchi”, cioè contro quelle regioni che, a loro dire, si rifiutano di mantenere il flusso di denaro che costantemente alimenta la macchina burocratica centrale e di conseguenza il sud, spaccando cosi l’unità nazionale. Stessa linea per il Mattino di Napoli. Interessante al riguardo anche un recente articolo del Messaggero dal titolo “Svuota Roma”.

Qui si ipotizza il danno che l’autonomia differenziata potrà arrecare anche alla città eterna. La bozza infatti, prevede che a seguito del decentramento alle regioni che ne faranno richiesta, di competenze oggi in capo ai ministeri le risorse ora destinate al centro dovranno essere devolute alla periferia. Personale compreso. E’ evidente che il malcontento dei ministeriali non avrà difficoltà a coinvolgere la politica con conseguenze non difficili da immaginare. Naturalmente il ruolo e le risorse già definite da altri esecutivi saranno attribuite a Roma Capitale con una celerità ben diversa rispetto alle lunghe attese imposte alle Regioni Padane.

Ma quello che è più difficilmente accettabile, sono le perplessità espresse, sull’autonomia differenziata, da diversi governatori del sud ed in particolare da quello siciliano. E’ bene sottolineare che la Sicilia è l’unica regione a statuto speciale a trattenere sul proprio territorio il 100% (cento per cento) delle tasse raccolte, a fronte del 90% delle provincie autonome di Trento e Bolzano del 70% della Sardegna e del “misero” 60% del Friuli- Venezia Giulia.

Pur non entrando nel merito circa la polemica riguardante le regioni a statuto speciale non si può eludere il fatto che le provincie autonome alpine (solo per fare un’esempio) utilizzano i fondi raccolti sul territorio in modo decisamente più efficiente di quanto non avvenga altrove, in particolare in Sicilia. E’ anche bene ricordare, come lo Stato ha dovuto intervenire in maniera più o meno decisa per coprire buchi di bilancio della regione.

Non mi addentro poi in commenti circa la lettera inviata dai sindaci della “Rete Recovery Sud”, indirizzata al Presidente della Repubblica, avente come obiettivo il blocco del progetto autonomista. Piuttosto che dell’iniziativa di alcuni politici campani finalizzata all’indizione di un referendum abrogativo dell’eventuale legge ancora da esaminare.

La democrazia consente un dibattito anche serrato sulle scelte che un esecutivo e un parlamento sono chiamati a fare in relazione alle questioni importanti.

Risulta altrettanto evidente come per le regioni più produttive, manchino quasi del tutto sia un sistema di media, quanto una classe politica in grado di tutelarne al meglio gli interessi, talora diversi rispetto a quelli di altre realtà italiane. E’ questo un problema antico che ancora non ha trovato soluzione. E’ infatti evidente come importanti giornali italiani, pur editi al Nord, per motivi forse comprensibili, hanno sempre avuto negli anni una posizione neutra o ancor meglio morbida, nell’affrontare le annose problematiche riguardanti le due Italie.

Raffaele Piccoli, Grande Nord Ferrara

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