Il primo DPCM non si scorda mai: la differenza tra Conte e Draghi

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di Luigi Basso – A distanza di quasi un anno dal primo DPCM di Conte, emanato per contrastare l’emergenza epidemiologica di Covid 19, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il primo DPCM, con analoghe finalità, a firma del successore di Giuseppi Conte.
All’epoca del primo DPCM di Conte moltissimi commentatori e giuristi fecero notare che il ricorso allo strumento dell’atto amministrativo (anche se di “alta amministrazione” e sebbene autorizzato in base ad un decreto legge) per limitare diritti fondamentali della persona, era illegittimo, poiché la Costituzione prevede in materia la riserva di legge.


In altri termini, dal punto di vista legale e formale, si era eccepito che certi diritti possono essere compressi solo con una legge ordinaria del Parlamento e tale requisito non è certo soddisfatto, piuttosto aggirato e raggirato, da una legge che delega al Governo, o a un suo componente, il potere di ridurre certi diritti.


In caso contrario, se così non fosse, e lo capirebbe anche un bambino poco sveglio, il Governo potrebbe emanare un decreto legge attribuendosi il potere di limitare tutti i diritti qualora lo spread superasse un certo valore, instaurando un regime in poche ore, e ciò sarebbe, appunto inverosimilmente, costituzionale…..


Tuttavia, lo si era notato con Conte (e ciò vale a maggior ragione per il suo successore che ha il vantaggio, nel bene e nel male, dell’esempio del precedente), è anche vero che in uno Stato ridotto a brandelli come l’Italia, queste “preoccupazioni costituzionali” sono da femminucce, da “vestali” della Costituzione, come ebbe pure a scrivere un giornale filo Conte un anno fa.
A far buon peso, si potrebbe anche aggiungere che questo Parlamento, che ha abdicato a qualunque funzione di indirizzo e controllo pur di continuare a respirare fino al 2023, convertirebbe in legge qualunque schifezza giuridica arrivasse dal Governo: vero, ma le ragioni sostanziali non prevalgono sulla forma costituzionale e, pertanto, ciò che valeva per Conte deve valere per il suo successore.


L’unica nota diversa tra i due Premier emanatori di DPCM è la forma comunicativa.
Conte, in linea con il suo personaggio da autocrate paternalista in salsa sudamericana, amava far organizzare conferenze stampa scenografiche, spesso molti giorni prima del varo in Gazzetta del DPCM, durante la quali assumeva il tono del liberale tutto d’un pezzo che, dinanzi all’immane tragedia dell’epidemia, è costretto ad adottare misure draconiane di eccezionale rigore verso i suoi concittadini, che tanto adora.


Di più, maggiore era in lui la piena consapevolezza della necessità della spietatezza, maggiore era lo schianto tremendo che il suo cuore nobile e puro era costretto a subire; a ciò andava aggiunta, tra le righe, l’angoscia di sapere che parte del popolo non capiva che le sofferenze inflitte erano nulla di fronte al suo travaglio, Lui, un uomo così pio, dilaniato tra l’amore verso i suoi amministrati e la gravità del momento che imponeva scelte supreme irrevocabili.
Draghi, in questo, è diverso.


Draghi non si è neppure presentato in pubblico alla conferenza stampa per presentare il suo primo DPCM: ha mandato due ministri a spiegare un suo decreto (che pure è suo, per quanto d’intesa con altri esponenti del Governo).
Non vi sono precedenti, in ambito politico, di un esponente che manda altri a spiegare un atto che porta la sua firma, soprattutto in un’epoca mediatica ed iper comunicativa come la nostra, nella quale i Capi di Stato pubblicano le foto di quello che mangiano e quelle dei loro cani.


Draghi è diverso, lui infatti non è un politico e non è diventato Premier per imporre una sua agenda o per aumentare il consenso del suo partito.
Draghi è un’altra cosa e ieri ce lo ha ricordato in modo chiarissimo.
Draghi è un finanziere, dove quelli come lui sono tutti “tagliatori di teste”.
Il tagliatore di teste è educato, cortese ma freddo, non gli interessa affatto la vita di chi amministra, non perde tempo in convenevoli, ha sempre poco tempo, perché quelli prima di lui hanno cincischiato e cazzeggiato, il tagliatore di teste va dritto al sodo, non perde tempo con i suoi amministrati mentre vengono preparati per andare sul patibolo: per fare quello usa i suoi “tirapiedi”.

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