Il corto circuito dei diritti umani e della difesa delle minoranze, quando sono “utili”

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di Sergio Bianchini – I diritti umani. L’accusa principale che l’occidente, con gli USA in testa, fa ai paesi che non si sottomettono alla sua guida è “la mancanza dei diritti umani”. A volte quest’accusa è apertamente strumentale perché non viene rivolta ai paesi “amici” vedi Arabia Saudita e Egitto dove enormi violazioni avvengono senza tregua. Viene rivolta ai paesi nemici nei quali serve a sostenere le opposizioni e dunque ad operare “sovversione indebita”

Ai grandi e supponenti critici non importa se il regime vigente sia gradito o meno alla maggioranza della popolazione. Questo non interessa ai difensori dei diritti umani che pretendono la guida morale del mondo.

Per loro l’importante è, apparentemente, la “difesa delle minoranze”.

Qualche decennio fa anche in occidente il principio di maggioranza era associato alla democrazia. L’esercizio del potere era indiscutibilmente associato alla maggioranza del consenso.

Ma piano piano tale principio è stato azzerato e pur se ancora presente nei sistemi elettorali, che sono in totale crisi, è emerso il nuovo principio guida per la valutazione della legittimità dei poteri democratici.
Il nuovo principio sarebbe che un esercizio del potere è legittimo se “rispetta le minoranze”.

Dopo una fase iniziale (di ingenua accettazione di massa da parte del buon cristiano presente in tutti noi) di tale principio inteso come il rifiuto della prepotenza e del dispotismo nei confronti delle minoranze politiche, il concetto di rispetto delle minoranze si è esteso a tutte le vicende sociali. Dall’opposizione politica alle minoranze sessuali, e via via a tutte le minoranze culturali.

E questo fino al punto che il normale esercizio della sovranità politica, amministrativa ed anche del potere decisionale in qualunque ambito deve prioritariamente misurarsi con quella preoccupazione.

Gradualmente ogni procedura operativa è divenuta discutibile e non in base all’idea che corrisponda o meno alle necessità, alle circostanze, alle abitudini ma in base al criterio del rispetto di vere o presunte minoranze.

Mi ricordo discussioni sull’esposizione nominativa dei risultati scolastici in relazione al diritto alla privacy, oppure la campagna per le convivenze ed il registro delle coppie di fatto sul quale oggi è calato il massimo silenzio mentre ai tempi era presentato come la massima urgenza. Così é per le quote rosa, per l’abolizione di determinati termini sempre usati ecc.

Quell’approccio ha cominciato ad incidere sulla identità personale stessa. Oggi una persona non si identifica in prima istanza rispetto alla sua sintonia o meno col comune sentire il quale si sta liquefacendo, ma in base all’appartenenza o meno ad una minoranza. Minoranza sessuale o culturale o sportiva o sanitaria o gastronomica ecc.

Per cui il governo sta diventando, con enormi contorsioni, non il garante della stabilità e del benessere sociale, ma il difensore dei diritti di minoranze che per pure necessità elettorali devono unirsi formando aggregati appunto di minoranze.

E’ questa la vera origine dell’insuperabile situazione di blocco decisionale che tutti avvertono. Ma non comprendono come mai non si riesca ad uscire dalla situazione di capi del governo che sono non decisori ma mediatori.

Il corto circuito della moralità è ormai totale dopo che è stata messa al servizio delle minoranze e affidata al sistema giudiziario anche in contrasto con un residuo e in fondo per fortuna incoercibile comune sentire.

Le minoranze si uniscono generalmente solo per difendere sè stesse e si oppongono a qualunque governo decisionista che abbia come orientamento fondamentale il bene comune, cioè di grandi maggioranze.

L’impatto di questo dominio moralistico- immorale sulle votazioni politiche è evidentissimo. Ormai vota la metà della popolazione e c’è bisogno continuamente di estensioni della rappresentanza per consentire a meno della metà dei residui votanti di esprimere maggioranze parlamentari legali. Il cui operato è comunque sempre sotto la scure del potere giudiziario, vedi il caso Salvini sulle vicende degli immigrati illegali.

Ma anche la vita sociale profonda è ormai in fibrillazione. Ricordo quando a scuola morì la mamma di una bambina di seconda elementare. La prassi abituale nelle scuole era che tutta la classe partecipasse al funerale. Ma il padre della bambina ci comunicò che per non far soffrire la figlia (la minoranza da tutelare) le aveva nascosto il lutto parlando di un allontanamento temporaneo della madre. La cosa provocò sconcerto e meraviglia sia in me che tra le insegnanti ma un genitore del consiglio di istituto, appartenente per me sorprendentemente a stretti giri cattolici del comune, sostenne la piena legittimità della decisione del genitore.

Il segreto fu comunque impossibile, anche perché la bambina aveva un fratello maggiore alla scuola media.

L’episodio fu per me rivelatore della profondità a cui era giunta ormai l’incidenza della tesi estrema della difesa delle minoranze e degli ultimi e di come si stesse ormai demolendo l’idea stessa di un esercizio comunitario fortissimamente condiviso delle vicende umane.

Ogni giorno osservo il grandissimo conflitto tra la morale antica che sempre opera nel profondo delle persone e la moda oggi prevalente fondata sull’ideologia dell’anticonformismo attivo, dell’originalità, del sensazionalismo che in ogni singolo individuo impone forzature contrarie alla spontaneità profonda.

Potrebbe essere un conflitto ben governato, gradualista e tranquillo tra vecchio e nuovo ma è invece una lotta mortale.

Di più, l’obbligatorietà del modello anticonformista (che è di fatto il nuovo conformismo) consuma enormi energie psichiche e taglia davvero le gambe alla creatività tranquilla e potente collegata all’essere profondo.

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