Il centralismo è il solo male che condanna la scuola italiana?

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di Sergio Bianchini – Nel suo scritto pubblicato su Nuova Padania il 7 novembre ( https://www.lanuovapadania.it/cultura/ministero-dellistruzione-dal-men-al-mip-al-miur-al-mi-al-mim-e-il-merito-resta-ancora-umiliato-dal-centralismo/) Giovanni Cominelli analizza la situazione disastrosa della scuola italiana che a suo parere è malridotta perché ancora classista e conforme all’impianto centralistico elitario instaurato ai tempi dell’unità d’Italia.

Nell’Italia spossata di oggi è difficile vedere un accanimento di classe centralistico e addirittura indicarlo come il nemico da battere, almeno sul piano culturale perché la finzione umanitaria ed egualitaria è assolutamente dominante e semmai copre le eventuali e indicibili tortuosità nascoste.

Ma andiamo avanti.

Cominelli non vede alcuna possibile soluzione del problema senza la volontà, che dichiara non esserci, di eliminare quel centralismo.

Rinunciando quindi ad una riorganizzazione generale prodotta dal centro propone come fondamentale un nuovo rigore valutativo sullo studente. Rigore praticato singolarmente negli istituti scolastici che, abbandonata ogni speranza sul ministero, decidano di fare da sé.

Cito: “Il secondo modo di contrasto si può praticare qui e ora in ogni istituto scolastico. Ed è decisivo. Gli insegnanti devono valutare e certificare senza indulgenze e senza sconti il livello reale di acquisizione del sapere e della costruzione del carattere dei loro ragazzi. Devono dire la verità ai ragazzi e alle loro onniprotettive e invasive famiglie”.

Mi sembra una prospettiva impossibile oltre che rinunciataria. In mancanza di una guida ministeriale le singole scuole già oggi sono lasciate in balia dei media che hanno costruito una opinione pubblica “buonista” e assolutamente indulgente non solo verso lo studente che non apprende ma anche verso quello maleducato e disturbatore della normale vita di classe. I genitori per anni avevano resistito a questa impostazione ma poi l’hanno assunta anche in proprio, sebbene non tutti e forse nemmeno in maggioranza.

Inoltre Cominelli, che pur cita Don Milani, non pone la fondamentale distinzione tra scuola dell’obbligo e scuola superiore.

Nella prima non si tratta di selezionare ma di formare il normale cittadino, senza alcuna bocciatura. Su questo era assolutamente drastico Don Milani che invece accettava pienamente la selezione “meritocratica” nella scuola superiore dove diceva che bisogna dare la patente solo a chi sa guidare.

Don Milani inoltre non aveva alcuna tristezza per lo scarso numero di figli di operai e contadini che non accedevano all’università, anzi, disprezzava altamente il mito della laurea e lo stile di vita degli insegnanti laureati a cui contrapponeva i maestri. Don Milani vedeva come pericolosissima la laurea per i maestri che si proponeva di impedire( battaglia persa) e si lamentava di un’Italia gestita dal PIL, il partito italiano laureati.

Fatta dunque la distinzione tra scuola dell’obbligo e diploma superiore o professionale bisogna osservare che nella vita pratica non si può essere a lungo più rigorosi verso gli altri di quanto non si sia verso sè stessi.

Il corpo docente Italiano è ormai tutto costruito sul “perdonismo” sulle sanatorie, sulle promozioni automatiche sull’anti autoritarismo. Non è quindi in grado di esercitare una autorevolezza gerarchica che per primo teme e contrasta.

E così necessariamente ci vuole un programma ministeriale chiaro che, battuto l’impianto culturale oggi ancora dominante che però è ormai al tracollo, preveda norme risolutive sui concorsi, sui trasferimenti, sul tempo pieno per i docenti, sulla carriera del personale docente, sul sostegno mirato nel doposcuola delle scuole di base e sull’orientamento dei giovani nel percorso di studi successivo.

O si vince su questo oppure è meglio lasciar perdere le belle pensate storico filosofiche.

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