Ha ancora senso parlare di Autonomia? La borghesia padana “vive” all’estero, la classe politica è quella che è, e le decisioni sono in Europa

7 Febbraio 2023
Lettura 3 min

di Luigi Basso – Dopo che il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo del Disegno di Legge sulla cosiddetta autonomia differenziata, guarda caso fortunosamente proprio una settimana prima del voto in Lombardia, è ripartito il dibattito sulle riforme federaliste.
Questa volta, però, la discussione è sembrata avviarsi in modo quasi automatico, addirittura finto ed artificiale, facendo venire un po’ alla mente, in verità, i cani di Pavlov.


Ciò che si legge sul Disegno di Legge è la stantia e, ormai, stucchevole riproposizione dei soliti luoghi comuni, da una parte e dall’altra delle opposte tifoserie, che accompagnano la questione da decenni: peraltro, che si tratti di un teatrino, è chiaro a tutti e difatti nessuno fa veri drammi poiché, anche questa volta, la faccenda finirà con un nulla di fatto.


In effetti, negli ultimi quarant’anni, si è sentito in continuo parlare di Autonomia, al punto che non è azzardato paragonarla un pochino a quelle belle ragazze che tutti i bellimbusti del paese corteggiano.
Epperò, alla fine, ormai si può dire, i belli del bigoncio non nutrivano intenzioni serie, ma volevano solo divertirsi e passare qualche intrigante week end esotico.


Ecco, passati quarant’anni, dopo innumerevoli avventure con spasimanti di ogni risma, oggi l’Autonomia pare assomigliare più a una vecchia signora truccata con uno strato di gesso, che non ha più nulla di seducente da offrire, sciupata da decine di falsi pretendenti e portata ancora in giro da attempati imbolsiti, che non a una rispettabile signora di mezza età ancora avvenente.
Fuori dalla metafora, per tutti gli Autonomisti sinceri è arrivato il momento di porsi la fatale domanda: che senso ha parlare di Autonomia nel 2023 in Italia?

Il dilemma è alimentato da alcune considerazioni che rappresentano la classica mucca nel corridoio che tutti fanno finta di non vedere, preferendo rifugiarsi in frasi fatte, slogan vintage come il sempre verde “padroni a casa nostra”, dibattiti (talvolta onirici, spesso onanisti) che potrebbero indifferentemente essere ambientati nel 1996, nel 2008 o nel 2022, con l’unica differenza della crescente senilità dei conferenzieri.


L’Autonomia, da non confondere con l’Identità, presuppone una Riforma legislativa complessa, poiché riguarda l’aspetto giuridico ed istituzionale col quale i vari poteri pubblici interagiscono, si confrontano e, alla fine, si equilibrano.


Le questioni che gli autonomisti sembrano non voler affrontare sono tre:
1) dal lato economico, l’estinzione dell’unico soggetto che poteva storicamente sostenere la richiesta di autonomia politica, ovvero la borghesia padana, che ha per una parte ceduto i propri assets a gruppi stranieri preferendo vivere di rendita e, per l’altra parte, si è spostata direttamente all’estero, mettendosi spesso nelle mani di manager d’oltralpe (basta confrontare l’elenco degli imprenditori padani degli anni 80 con quello odierno per afferrare il concetto);
2) dal lato giuridico, la cessione della sovranità dallo Stato Italiano a favore di un’organizzazione internazionale, l’Unione Europea, che è il vero Barbarossa moderno, altro che Roma, ormai ridotta a vivere di elemosine e, come scriveva già Joyce, a mostrare a pagamento ai turisti la salma della nonna;
3) dal lato umano, la scomparsa di una classe dirigente locale politica competente, preparata, onesta ed intelligente che avrebbe dovuto dare vita concreta all’autonomia: anche in questo caso, basta leggere i curricula e le cronache che riguardano gli amministratori padani di tutti colori politici, per constatare la completa mancanza di un ceto politico in grado di essere investito della responsabilità che comporta l’essere Autonomi (con simili amministratori, meglio rinunciare all’Autonomia, viene da dire).
Infine, quasi a chiudere il cerchio, basta salire su un autobus o entrare in un bar per capire che l’Autonomia non entusiasma più nessuno: i problemi della gente sono ben altri e sono tutti ormai determinati dalla UE.


Come se non bastasse, gli striminziti frutti della stagione del regionalismo sono diventati col tempo velenosamente acidi, dal momento che i soggetti che hanno ricevuto più competenze, a cominciare dalle Regioni, sono diventati né più né meno che delle piccole “Rome”, ovvero delle Corti medioevali dove pullulano immanicati lobbisti, brasseurs d’affaires, faccendieri e tutta quella fauna parassitaria che si annida immancabilmente ed istintivamente laddove vi siano soldi pubblici da mungere.


Senza una borghesia con una propria identità e con una classe politica di analfabeti arrivisti arraffoni, la attuale stagione dell’Autonomia – intavolata pure con il soggetto sbagliato, Roma invece di Berlino – è fatalmente destinata al naufragio, come dimostrano le infinite ed improbabili bozze calate non a caso dall’alto, da Roma, solo alla vigilia delle elezioni, nella eloquente – anzi significativa – indifferenza delle popolazioni teoricamente interessate: il popolo, non a caso, ha sempre ragione, vox populi vox dei.

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