Gremmo: Assedio a Capitol Hill, una “sceneggiata” come l’assalto al Viminale, palazzo del governo italiano nel 1945?

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di Roberto Gremmo – Più passano i giorni e più puzza di commedia e di messinscena l’assalto al Parlamento americano dei seguaci (o presunti tali) di Trump, il vero danneggiato da una violenza ingiustificata ed incontrollata (almeno all’apparenza). 

I “moti spontanei di protesta” nascondono spesso delle azioni “spintanee” con scopi occulti ed inconfessabili.

A questo proposito, è una vicenda da manuale il famoso (a suo tempo, oggi dimenticato) assalto popolare al Viminale, allora palazzo del governo italiano, preso di mira da una folla inferocita che vi si introdusse violentemente il  5 marzo del 1945.

Erano tempi caotici e di forti tensioni e bastava poco per accendere gli animi e dunque la notizia che il generale fascista e criminale di guerra Mario Roatta era riuscito ad evadere dalla clinica dov’era in (dorati) arresti aveva subito provocato a Roma un’accesa mobilitazione popolare patrocinata dai comunisti e dai socialisti.

Nel corso della dimostrazione, un militante comunista più scatenato degli altri aveva cercato di lanciare una bomba a mano contro i carabinieri in servizio d’ordine ma, inesperto nell’uso delle armi, se l’era fatta esplodere addosso, lasciandovi la pelle.

Nella folla già eccitata s’era subito sparsa la voce che il poveretto fosse stato barbaramente assassinato… dai carabinieri e fra gente ormai scatenata era maturata l’idea fuori controllo di vendicarsi, dando l’assalto al palazzo del governo, ubicato allora al Viminale, oggi sede del Ministero dell’Interno.

Caricato il cadavere del “martire” sul tetto di un furgoncino, una folla turbolenta, vociante e ribelle aveva firmato un macabro corteo verso il palazzo ed aveva facilmente avuto la meglio su pochi, mal armati e disorientati poliziotti di guardia, riuscendo a penetrare nel Viminale, saccheggiando qualche ufficio per poi uscire quando i caporioni del Partito Comunista che avevano assistito senza muovere un dito alla piazzata dettero il rituale “tutti a casa”.

Fu dunque un eccesso spontaneo d’una protesta popolare, come accaduto anche con Trump? Posso dire di no. Qualche anno fa, quando preparavo a Roma il libro sui partigiani di “Bandiera rossa” raccolsi una confidenza di Orfeo Mucci, che di quel movimento era stato uno dei capi più decisi e determinati e che anche a guerra finita… non si era messo a riposo. Con grande sincerità, il vecchio militante mi raccontò una storia ben diversa da quella del moto spontaneo di protesta che si è sempre voluto raccontare.

Infatti, approfittando della rabbia popolare, ben nascosto fra i dimostranti, un abile ‘commando rosso’ era penetrato al Viminale e invece di darsi alla devastazione, s’era recato a colpo sicuro nell’archivio blindato impossessandosi d’una documentazione all’epoca molto scottante: niente meno che l’elenco di tutte le spie dell’0VRA, la famigerata polizia segreta di Mussolini.

Mucci mi rivelò che quelle carte scabrose erano poi state consegnate a Pietro Nenni. Perché lo fecero non me lo disse, ma è curioso che quei nomi siano finiti ad un personaggio che proprio in quei mesi veniva sospettato di essere stato un informatore dell’Ovra quand’era “fuoruscito” in Francia ma alla fine le voci maliziose dovettero tacere, perché non si trovarono mai delle prove contro l’esponente socialista. Quand’ho visto quei folkloristici, travestiti e fuor di testa personaggi assaltare il Parlamento americano, ho subito sospettato dell’autenticità della loro rabbia. Mi è parsa una gran sceneggiata. E ho pensato che, come a Roma nel 1945, la furibonda commedia nascondesse obiettivi inconfessabili.

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