Eclissi Salvini Premier. E’ la fine dei partiti personali?

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di Roberto Pisani – Tutto ebbe inizio con Forza Italia, il partito azienda, come si usava definirlo, fondato da Silvio Berlusconi che ne divenne sin da subito presidente, carica mai lasciata, anzi proprio in questi giorni il suo ritorno su un palco è stato accolto con un trionfante coro da stadio che inneggiava al solo e unico presidente. Ebbene proprio l’ex cavaliere mise per primo il proprio nome sul simbolo, quasi a sottolineare che il partito era una sua creatura, quasi un sesto figlio. Rimane però il dubbio più che fondato che lo scopo fosse un altro, assai meno nobile, ovvero quello di sfruttare la propria notorietà per ottenere consensi per un partito commissariato sin dalla sua fondazione, alla quale praticamente non seguì mai un vero e proprio congresso né programmatico né tantomeno elettivo. Non a caso, infatti, i consensi elettorali di Forza Italia iniziarono a scendere nel momento in cui la notorietà del suo presidente iniziò ad incrinarsi, complici le note vicende giudiziarie.

Anche la Lega Nord per l’indipendenza della Padania saltuariamente usò scrivere il nome del proprio fondatore e storico segretario Umberto Bossi, e quello del suo successore Roberto Maroni, sul simbolo alternandolo alla scritta Padania a seconda della tornata elettorale. Certo i due casi non sono proprio uguali, ma simili, anche perché diverse sono le storie dei due partiti.

Stessa valutazione, rimanendo a destra, la si può fare per Fratelli d’Italia che in alcune elezioni presenta addirittura due simboli uno all’interno dell’altro, ossia lo storico con la fiamma tricolore di missina memoria viene conglobato in un simbolo più grosso dove compare a lettere cubitali il nome della sua presidente Giorgia Meloni.

È vero però che questi due casi vengono, o venivano nel caso della dormiente Lega Nord, adottati in alcune tornate elettorali e non sono caratteristiche peculiari dei partiti a cui appartengono.

Diversa la situazione a sinistra dove solo raramente nei simboli vengono contrassegnati i nomi dei leader, forse anche perché faticano ad avere dei veri e propri leader. Comunque si presume che non si voglia identificare nell’esponente politico di spicco in quel momento il partito, ma si scelga di farne contare la storia. E poi c’e’ chi invece il partito se lo intesta, con tanto di statuto ufficialmente depositato. È questo ovviamente il caso della Lega per Salvini Premier. 

Di sicuro Matteo Salvini è un grande frontman che ha portato il partito a raggiungere dei consensi, reali o meno, impensabili per un partito nato territoriale e territorialista. È vero che è cambiato praticamente tutto in quel partito, tranne che la maggior parte della dirigenza, ma è anche vero che gioco forza la si collega alla Lega bossiana anche perché, inutile negarlo, da lì nasce. Però qualcosa anche li sta cambiando. E l’esempio ce lo dà il simbolo che appoggia il sindaco di Genova Buzzi.

Per la prima volta viene tolto il nome Salvini dal simbolo della Lega, e attenzione non da una lista civica, per mettere quello del candidato che corre per la sua rielezione e che non è nemmeno un tesserato della Lega. Che sia un situazione figlia dei sondaggi che darebbero il partito di Salvini in forte calo per cui si è ritenuto che “tiri” più il nome di Buzzi che quello del leader del partito? Può essere. E poi c’è il caso Sicilia dove addirittura correrà un simbolo nuovo che sostituirà quello di Forza Italia e Lega ma al quale pare non si associ Fratelli d’Italia, ossia Prima l’Italia. Spariranno quindi i simboli tradizionali e con essi i nomi dei loro leader.

Che sia il preludio della fine dei partiti personali e personalizzati? In cuore mio mi auguro di sì, anche se per il momento si tratta di cose di altre latitudini. La politica deve tornare ai partiti e al servizio della gente e non dei loro leader.


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