Draghi, gli appelli e l’Italia fatta fallire dal 2011

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di Luigi Basso – Negli ultimi giorni è andata in scena la plastica rappresentazione dell’Italia che si riconosce, senza se e senza ma, nel Premier dimissionario Mario Draghi.
Nell’indifferenza gelida della maggioranza silenziosa, alle prese con problemi economici e quotidiani drammatici, da un lato si sono succeduti uno dietro l’altro i comunicati stampa fotocopia di organizzazioni rappresentative di intere categorie della società italiana, mentre dall’altro lato si sono organizzate manifestazioni di piazza per chiedere a Draghi di ritornare sulla sua decisione di dimettersi da Premier, pur godendo della fiducia della gran parte del Parlamento.
Le due iniziative dovevano essere l’incudine ed il martello con i quali fracassare e demolire il dissenso prodotto dal Premier.


Tuttavia, i sedicenti rappresentanti della società italiana non hanno provocato alcun moto d’entusiasmo da parte dei loro iscritti: anzi, le loro preghiere rivolte al Premier sono parse il soccorso di chi non rappresenta più nulla, un soccorso d’ufficio, inutile se non addirittura controproducente.
Il sigillo è stato l’anodino comunicato della Chiesa Italiana, che ha inanellato una serie di frasi generiche, richiamando tutti al senso di responsabilità: certo, nessuna obiezione, nessuno si sarebbe atteso un augurio contrario (siate irresponsabili…).


Sull’altro lato della contesa le cose non sono andate meglio: i manifestanti pro Draghi erano talmente pochi che avrebbero potuto ottenere un miglior colpo d’occhio occupando un cortile; i giornalisti presenti avrebbero peraltro fatto un miglior servizio al Premier risparmiandosi di diffondere le interviste dei partecipanti: i supporters draghiani sembravano essere stati reclutati in un club di Scelta Civica pro Monti.


Tra un GianGustavo, un PierFiliberto ed un Manfredi facevano capolino fresche di manicure le Dody e le Puccy: mancava solo la la Contessa Pia Serbelloni Mazzanti Viendalmare a perorare la causa del povero Barone Zazà degli Ulivi, offeso dai plebei grillini, rei di aver baciato l’anello con poco entusiasmo, dal momento che non gli si può rimproverare di più, avendo votato ogni sconcezza del Gabinetto Draghi.


Insomma, l’effetto delle iniziative pro Draghi è stato tragicomico, e non poteva che essere così per almeno tre motivi: il primo strutturale, il secondo contingente, il terzo geopolitico.


In primo luogo Draghi non può che concludere con le dimissioni il suo lunghissimo percorso che lo ha portato ad occupare i posti chiave delle Istituzioni, poiché da oltre trent’anni è uno dei più autorevoli esponenti di quella casta che ha portato l’Italia e l’Occidente fino a questi punti: Draghi è una parte dei problemi attuali e non può essere la soluzione; è uno dei medici che hanno prescritto al malato per tre decenni terapie e cure che lo hanno aggravato e portato sulla tomba.


Gli Anglosassoni dicono in questi casi: andresti ancora a farti difendere da un avvocato che ha perso tutte le tue cause nella tua vita?
In secondo luogo, la situazione attuale è semplicemente ingestibile: l’Italia è fallita nel 2011 e l’ostinazione a tenerla legata ad una moneta troppo forte per la sua economia attraverso le politiche di QE l’hanno definitivamente spolpata e devastata: solo una svolta di 180 gradi può produrre, tra qualche decennio, la possibilità di una ricostruzione del tessuto sociale, produttivo, culturale, industriale, distrutto da trent’anni di politiche folli; Draghi deve dunque lasciare spazio ad una nuova classe dirigente.


Il terzo motivo, geopolitico, è legato al fatto che, indipendentemente dalle sorti della Guerra in Ucraina che sembrano segnate, prima o poi occorrerà sedersi al tavolo della Pace e Draghi, con le sue posizioni oltranziste sul conflitto, è un personaggio scomodo soprattutto per i suoi alleati europei che hanno bisogno del gas russo per non morire di freddo e di fame tra qualche mese.
Questo anche nell’ipotesi, oggi molto lontana, di una sconfitta russa dalle parti di Kiev.

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