Roma - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Fico, Presidente della Camera dei Deputati, oggi 29 gennaio 2021. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Dopo il terremoto. Che fare, cambiare la Costituzione per cambiare i partiti?

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di Giovanni Cominelli – I sei giorni che hanno portato alla rielezione di Mattarella hanno generato un terremoto nel sistema politico-partitico. Sgombrare le macerie, trarre in salvo chi ancora respira, progettare la ricostruzione: questo il compito dei sopravvissuti.
Che il terremoto fosse in arrivo era previsto da più di un osservatore della vicenda politica italiana. La nostra facile profezia era stata affidata a questo giornale l’11 dicembre scorso: “Ora, è vero che la politica appare sospesa, imbambolata, paralizzata.  È auto-ingarbugliata… Lo scheletro del sistema dei partiti è tuttora solidissimo, in quanto è un pezzo dello Stato politico, ma la carne, i nervi, i muscoli, il cervello, che hanno a che fare con la società civile, sono estenuati. Che questa “apocalissi-rivelazione” stia per squadernarsi al cospetto degli Italiani sta scritto nel calendario degli ultimi giorni del gennaio 2022, allorché si dovrà eleggere il Presidente della Repubblica. Perché i partiti stanno andando incontro a quei giorni come sonnambuli che camminano sull’orlo di un tetto o di un abisso… Gli Italiani si aspettano una soluzione semplice: che Mattarella e Draghi continuino il proprio lavoro fino alle elezioni del 2023 e anche dopo…”.


Non è la prima volta che i partiti innalzano bandiera bianca.
Qui si riprende quella analisi-previsione, non solo per constatare, con magra consolazione, che i sonnambuli sono effettivamente caduti dal tetto, ma soprattutto perché allude alle cause profonde della débacle. La cui gravità non è sottovalutabile, perché frutto di una coazione a ripetere. Non è la prima volta che i partiti innalzano bandiera bianca. È già accaduto il 20 aprile 2013 con la rielezione di Giorgio Napolitano. Ciò che allarma i cittadini è che i partiti hanno avuto nove anni per cambiare. Non hanno mosso dito.


Perché? La profluvie di analisi, recriminazioni, proposte che si è rovesciata dai mass-media su di noi lettori/ascoltatori ha preso di mira gli errori tattici dei leader e ha dato la stura ad un forte movimento contro la politica, data per fallita, sconfitta e incapace di uscire dal letargo.
Alcuni commentatori hanno sottolineato la rivolta dei parlamentari nei confronti dei rispettivi segretari di partito. Altri hanno incominciato ad auscultare lo sciame sismico che ha distrutto le coalizioni e sta facendo tremare ciascun partito.


La crisi dei partiti e il futuro delle istituzioni repubblicane
Qualcuno, sollevando lo sguardo dai partiti alle istituzioni repubblicane, si è spinto a sostenere l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Una cosa è certa: la crisi dei partiti rischia di portare a breve ad una crisi delle istituzioni repubblicane. Se qualche leader di partito considerava il governo Draghi un’eccezione tecnocratica pericolosa per la democrazia e si proponeva, con l’elezione del nuovo Presidente, di riportare i partiti al potere e di riassegnare a ciascuno il proprio posto a tavola, si è trovato a dover confermare, dopo sei giorni, l’eccezionalità del tandem Mattarella-Draghi, che dura già da un anno e che esce rafforzato. E così interi gruppi dirigenti di partiti e di coalizioni di partito sono stati costretti a risalire disordinatamente le valli che avevano disceso con tanta baldanza.


Qual è il punto essenziale?
I partiti sono, ciascuno, un Centauro: sono istituzioni della società civile e, insieme, un’istituzione dello Stato. Come tali sono stati progettati dai Padri Costituenti, così sono cresciuti nel Paese, a partire dalla riunione del 9 settembre 1943, in cui si costituirono in Comitato di liberazione nazionale, fino al 1989. Dopo l’8 settembre 1943, nel quale parve che la Patria andasse perduta, hanno lanciato la Resistenza vittoriosa, in appoggio agli Alleati, che avevano incominciato a risalire la Penisola, hanno indetto le elezioni per la Costituente, hanno approvato la Costituzione.
Cioè: hanno costruito l’impalcatura istituzionale, dentro la quale la società civile, l’economia, il lavoro potessero ricostruire il Paese. Ci hanno ridato la Patria come compito. Il sistema dei partiti si autocollocò nel mezzo, quale snodo decisivo di intermediazione tra la società civile – costituita da individui, da comunità e associazioni intermedie – e lo Stato.


Come i partiti sono diventati ostaggio della propria storia
I difetti di progettazione si sono rivelati ben presto, già dopo la morte di De Gasperi. L’Istituzione-Governo era stata pensata appositamente come debole rispetto all’Istituzione-Parlamento, per ragioni geopolitiche, che sconsigliavano la costituzione di un punto forte di Autorità. La supplenza al “governo debole” era garantita dai partiti di governo e di opposizione.
Tale regime ha generato una duplice dinamica: i partiti hanno privatizzato/occupato lo Stato ed hanno corporativizzato la società civile. La funzione originaria di intermediazione ha subito una degenerazione irreversibile: si sono, per un verso, “statizzati”, sono diventati organi dello Sato politico e dello Stato amministrativo; per l’altro, si sono mossi verso la società civile in modo particolaristico e corporativo, perdendo la capacità di ricondurre gli interessi al Bene comune.


Il venir meno, nel 1989, delle storiche ragioni geopolitiche ha fatto saltare la legittimazione di quel sistema, la Prima repubblica. Rifondarla vuol dire cambiare l’assetto costituzionale e ridefinire la funzione statale e civile dei partiti. I partiti non ce la fanno, sono ostaggi della propria storia. Movimenti variegati di cittadini hanno spinto dall’esterno del sistema partitico, dopo il 1989, per addivenire ad una riforma.


Per ottenere una vera riforma bisogna cambiare sistema istituzionale
Ultimo in ordine di tempo il M5S. I partiti hanno risposto con il cambiamento dei sistemi elettorali, dal sistema proporzionale a quello maggioritario, a quello misto. L’hanno chiamata Seconda o Terza Repubblica. Oggi alcuni leader invocano il ritorno al sistema proporzionale puro. Alle spalle di questa proposta sta la realtà tuttora vigente di una Prima Repubblica, il cui sistema istituzionale è intoccabile, dentro il quale la collocazione istituzionale e civile dei partiti è immodificabile. Opinionisti “audaci” si spingono fino ad invocare l’elezione diretta del Presidente della Repubblica+sistema proporzionale. È la via latino-americana all’instabilità e ai colpi di Stato. Il neo-eletto Presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, ha osservato, nel suo discordo di insediamento, che eleggere direttamente il Presidente “è come prendere la rotella di un orologio e inserirla in un altro”. Non funzionerà. Occorre cambiare l’intero orologio. Aggiunge Amato: “forse dovremmo pensare all’orologio francese”. 
La conclusione da trarre è che finché il sistema istituzionale resta quello della Costituzione del ’48, il sistema dei partiti continuerà a funzionare sempre allo stesso modo. Di fronte allo spettacolo indecente di questi sei giorni, opinionisti e cittadini si sono stracciati le vesti e hanno scagliato contro i leader di partito il veemente “Penitenziagite!” di fra’ Dolcino. Ipocrisia: perché non si può avere un governo forte, con questi partiti. Occorre cambiare il sistema per avere un governo forte e partiti più decenti.

Per gentile concessione dell’autore, da santalessandro.org

Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

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