Dirittismo, quando i diritti diventano promesse fuori controllo

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di Sergio Bianchini – Il dirittismo fase suprema della disperazione e della nullità progettuale. I “Diritti” sono una rivendicazione che chi sta “sotto un’autorità” afferma con particolare determinazione e intransigenza.

L’autorità può essere un genitore, un insegnante, un datore di lavoro, cioè persone sovraordinate nel funzionamento di segmenti della società o una comunità di pari grado nella quale l’individuo è inserito come ad esempio il gruppo classe, una squadra di lavoro o di gioco.

Vi è inoltre il diritto rivendicato nei confronti delle istituzioni o dello stato.

Il diritto è quindi il nome nuovo dato ad innumerevoli storiche relazioni umane nelle quali però si enfatizza solo uno dei due o più attori.

Una volta si parlava di giustizia, di legalità, di bontà, di correttezza, di normalità o anormalità ecc.

Lo sviluppo ormai gigantesco del termine “diritto” che occupa tutta la scena della cronaca e della politica riflette quella costante crescetne drammatizzazione e contemporanea ineluttabilità di tutto l’insieme delle relazioni umane in occidente dove il caos, la controversia, il conflitto sono ormai endemici e fanno pensare ad una costante guerra civile fredda.

A livello planetario alla fine della guerra fredda tra le due superpotenze si è assistito ad un progressivo deterioramento del complesso delle relazioni statali con l’insorgere di un disordine generalizzato a cui l’ONU non riesce minimamente più a dare un equilibrio.

La concezione stessa di un diritto internazionale condiviso è saltata e l’instabilità, l’imprevedibilità e il disordine si presentano ovunque si volga lo sguardo.

Ma i “diritti”, soprattutto quelli che mancherebbero nelle nazioni altrui, sono quelli che più dominano la scena del confronto internazionale e perfino delle coscienze di molte persone altruiste che tutto vogliono aggiustare… fuori dalla propria nazione. In questo gli italiani e la chiesa cattolica sono maestri …. e intanto la loro casa si sgretola.

L’uso eccessivo e sproporzionato della parola “diritti” riflette quindi la fioritura non di una maggiore sensibilità umana ma l’emergere preoccupante di situazioni fuori controllo dove è perfino caduta la speranza ed il desiderio di correggere eventuali carenze con accordi e modifiche legali.

Il “diritto” nella concezione oggi dominante non è negoziabile ed è risolvibile solo con la conversione o l’ annientamento spesso impossibile dell’avversario.

Questa visione ad un tempo rivoluzionaria e disperata (seppure ancora poco armata), ha portato anche al deterioramento del pensiero innovatore e oppositivo. Che non si pone più il problema di quale ordinamento o norma sostituire a quelli criticati. Tanto meno si pone il problema di commisurare l’innovazione “dirittistica” alle conseguenze e all’impatto sul benessere complessivo della comunità.

Il dirittismo si limita a produrre sdegno moralistico ed isteria impotente.

Anche in questo l’italia è maestra anche se la presenza della chiesa cattolica nel nostro caso funge da ammortizzatore e consolatore delle crescenti e generali disperazioni. Ma non sviluppa potenza innovativa e governativa.

Personalmente prego perché rinasca in noi lo spirito creativo sia a livello del pensiero che dell’azione tra cui principalmente la “voglia di lavorare”.

Ricolfi ha mostrato che in Italia dietro il pianto antico vive una delle società più ricche del mondo e dove meno della metà delle persone lavorano. Finora abbiamo vissuto di rendita sul lavoro dei primi trenta anni del dopoguerra dove ancora dominava la fiducia nel lavoro.

Per 150 anni il socialismo aveva esaltato il lavoro e la sua gloria contro le meschinità morale del capitale. All’orizzonte il sole dell’avvenire nasceva su un mondo fraterno di lavoratori.

Oggi, pieni di debiti, non riusciamo a lavorare e tutti i politici fanno ancora a gara nel proporsi come i portatori “dell’io ti darò di più” che però ormai è una rincorsa al “ io ti toglierò di meno”.

Nessuno pensa ad un programma in cui ad esempio si metta una data all’estinzione del debito tramite un aumento del lavoro ed anche ad un temporaneo e monitoratissimo abbassamento dei livelli contrattuali in relazione ai risultati ottenuti.

Non si pensa cioè alla cosa più evidente ed ovvia che l’abolizione dell’enorme debito è la premessa della ripresa dello sviluppo normale ed anche della dignità dello stato e dei suoi cittadini nei confronti di se stessi e del mondo.

Photo by Frank Busch 

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