Dicono “FATE PRESTO” con i lockdown. Poi ci salveranno come con l’Irpinia e lo spread a 500?

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di Stefania Piazzo – Novembre, mese sfigato nella storia del Paese. C’è una faglia sismica, nella politica italiana. Parte a quanto pare da quel “Fate presto” come invoca nella memoria del terremoto del novembre 1980 in Irpinia quel titolo del Mattino di Napoli che è passato alla storia. E uno.

Poi nel 2011, il 9 novembre, lo spread sta per cancellare l’economia di un Paese e il governo Berlusoni è costretto a lasciare. Arriva Mario Monti. Epica la prima pagina del Sole 24 Ore: Fate presto. E due.

Oggi, è il mondo della scienza che invoca il governo, “Fate presto”. Chiudete. Lockdown. Lockdown. Lockdown. E tre.

Se si farà presto come si è  fatto nel dopo-terremoto campano stiamo freschi. La confusione politica regna sovrana.

La magnitudo è alta, basta solo rileggere di quanti governi fu composta la mitica legislatura dell’VIII anno irpino domini: sei governi dal 1979 al 1983. La Dc, il Psi, il Pri. Poi la Dc, il Psi, il Psdi e il Pri. Poi ancora Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli.

Sei re di Roma: il Cossiga I, il Cossiga II, il Forlani, lo Spadolini, lo Spadolini II, il Fanfani V.

Un record eguagliato, nella storia della Repubblica, solo dalla V legislatura  dal 1968 al 1972, con il Leone II, il Rumor I, il Rumor II, il Rumor III, il Colombo e l’Andreotti.

Si fece il tris sono negli anni del dopo-guerra dal 1953 al 1958 col De Gasperi VIII, il Pella, il Fanfani, lo Scelba, il Segni e lo Zoli.

Ai tempi del “Fate presto” irpino,  c’erano due sottosegretari alla cassa del Mezzogiorno presso la Presidenza del Consiglio. Poi c’era il ministro – senza portafoglio, si fa per dire – per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno.

A seguire, a gestire il “Fate presto” arrivò la IX legislatura dell’anno domini irpino, con il pentapartito diventato sistema di Craxi, dall’83 all’86, in piena ricostruzione. Amato è segretario del Consiglio dei ministri. Pasquale Lamorte è sottosegretario per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno; c’è pure un ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno e un secondo sottosegretario per il Mezzogiorno, Nicola Trotta, salernitano, dunque un po’ di casa col sisma. C’era infine Carlo Vizzini, ministro agli Affari regionali, poi Pdl e presidente della Commissione Affari costituzionali al Senato, sensibile in futuro al governo Monti. Ai lavori pubblici in un momento così critico c’era Gaetano Gorgoni, al quale poi la città di Santa Ninfa, in provincia di Trapani, che nel 1968 fu totalmente distrutta dal terribile terremoto che colpì tutta la Valle del Belice, conferì la cittadinanza onoraria in segno di gratitudine e riconoscenza «per l’impegno determinante da Egli profuso negli anni ’83 – ’87, nella qualità di Sottosegretario di Stato ai Lavori Pubblici, per la ricostruzione dei Comuni della Valle del Belice, tragicamente colpiti dal disastroso terremoto del gennaio 1968». Un altro sisma. Nel Craxi II, dall’86 all’87, nell’Irpinia incompiuta, sottosegretario alla Difesa c’era Giuseppe Pisanu…

Nel Goria I, dall’87 all’88 c’era anche Angelo Sanza, sottosegretario per il Mezzogiorno, democristiano demitiano. Nel 2008 lasciò Forza Italia per aderire all’Udc delle grandi intese. Per la cronaca, nel ’94 fu il primo onorevole della Seconda Repubblica ad essere indagato: avrebbe, infatti, ricevuto 200 milioni di lire dal finanziere Florio Florini, tramite una società svizzera. Il gip però lo prosciolse, in quanto i soldi erano arrivati da una società estera e non costituivano reato. La Procura di Milano fece appello alla sentenza, ma fuori tempo consentito.

E via discorrendo. Insomma, di governo in governo, è la storia della Prima Repubblica che torna con gli stessi simboli e l’eredità politica delle emergenze irrisolte. I terremoti, l’economia, e adesso la pandemia. In un turbinio di comitati, commissioni, ed esperti.

Oggi il ministro per il Mezzogiorno esiste ancora, hanno inventato anche “Resto al Sud”. I governi sembrano durare di più, in realtà è solo il riposizionamento dei vecchi partiti, passando per il dopo Tangentopoli e il post (quasi) Berlusconismo. Non sono un segno di vittoria, non sono una conquista democratica ma rappresentano l’ennesima anomalia.

E se ieri il pentapartito con i suoi camper forlaniani amministrava il debito pubblico, con la Lega che invitava a Pontida a non acquistare Bot, oggi è l’esatto contrario. Titoli patriottici per salvare il Paese, senza passare per l’Europa.

Era l’ottobre di 28 anni fa quando ancora profeticamente qualcuno anticipò il tracollo di un sistema basato sulla spesa pubblica finanziata attraverso il debito. Marco Formentini, poi sindaco di Milano, al Corriere della Sera, l’8 ottobre 1992 affermava: “I nostri soldi non varranno più nulla. Proprio per questo è sbagliato prestare nuovi soldi allo Stato. Anche se è doloroso, bisogna creare un’emergenza economica davvero forte che costringa ad affrontare seriamente la questione delle riforme istituzionali”. Oggi l’emergenza c’è ancora, e i soldi li chiediamo in prestito col Mes o il Recovery Fund. L’emergenza istituzionale c’è, nella faglia tra Stato e Regioni. Un federalismo incompiuto, pasticciato,

Forse a dire fate presto si fa peggio. Non fate nulla, che è meglio.

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