Davvero la democrazia è più forte col voto ai 16enni?

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di Roberto Gremmo – Adesso tutti i politici che il 40 per cento degli italiani si rifiutano di scegliere, credono di trovare nuovi pecoroni da rimbambire estendendo il voto agli indifesi ragazzi sedicenni. Tutto il contrario di quello che fecero i partigiani quando nel 1944 crearono sull’Appennino la piccola e contrastata “Repubblica di Montefiorino” e decidendo di dare forma ad un pezzetto di vita democratica fecero votare la popolazione. Limitando però questo diritto solo ai capifamiglia.

Col loro buonsenso di contadini, capivano benissimo che un diritto e dovere così importante e delicato come la gestione della cosa pubblica non poteva essere messo in mano a chicchessia, tanto meno a chi non aveva fatto almeno l’esperienza di tenere sulle spalle una famiglia.Oggi, nel mondo rovesciato della demagogia massificante, si vuole invece estendere il voto a  degli imberbi sprovveduti, vestiti di stracci “alla moda”, rimbambiti da social e telefonini, instupiditi dalle sostanze, lasciati solo e senza guida come canne al vento in balia di manipolatori senza scrupoli modernamente nobilitati come “influenzer”.

Sul quotidiano “Repubblica” la celebre giornalista Concita De Gregorio ci spiega che i futuri sedicenni in cabina elettorale fremono e sono in ambasce per veder finalmente messa in campo una politica basata sulla lotta all’omofobia, lo ius soli, la cannanis legale, sui diritti civili e, soprattutto, sulla modernità “che è rispetto delle diversità”. Premesso che spero le nuove generazioni diverse da questo aggregato di complessi descritto dal quotidiano, siamo mal messi se davvero gli adolescenti vogliono una politica dov’è non c’è posto per il lavoro, la terra non da ammirare ma lavorare, il bene comune da costruire a fatica, il sacrificio e un po’ di sana disciplina civica ma solo per ideologismi astratti e pericolosi. Il via libera all’edonismo, al consumismo ed all’intellettualismo pilotante dai mass media rimbambenti possono solo portare alla disgregazione sociale ed al baratro morale.E non si salva niente, neanche la dignità del proprio corpo.

Nell’ormai lontano 1970 quand’ero a militare nessuno aveva tatuaggi e ci stupivano se ne vedevamo qualcuno facendo le docce. Li portavano solo pochissimi, che generalmente arrivavano in caserma accompagnati dai carabinieri, ma giustificavano quelle scorticature dicendo d’essersele fatti in marina. Dovevamo poi scoprire che se le erano procurate passando il tempo nelle lunghe ore trascorse nelle carceri per minorenni. Il celebre antropologo Cesare Lombroso considerava i tatuaggi dei segni caratteristici di propensione a delinquere. Oggi li ostentano dei miliardari “influenzer”. C’è da aver paura.

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