Cominelli. Covid, la sinistra scenda dall’altare. Intanto il Nord è tagliato fuori dal piano di “ripresa”

24 Gennaio 2021
Lettura 5 min

di Giovanni Cominelli – L’irruzione del Covid-19 tra l’anno 2019 e il 2020 d. C. è stata un evento rivoluzionario, un motore di “distruzione creatrice”, direbbero Marx e Schumpeter. Nel giro di pochi mesi ha obbligato  le strutture produttive, economiche, sociali, politiche, istituzionali dei singoli Paesi a mettersi sulla strada del cambiamento. Sta alterando il profilo finora conosciuto della storia del mondo. Ha spinto per ora, in Italia, quasi 85.000 individui fuori dai confini della vita.
Tutti noi, sorpresi sul lato “distruzione”, ci stiamo sforzando di migrare vivi verso l’altra riva, quella della “creazione”. Se esiste “un’ora segnata dal destino” che ” batte nel cielo della nostra patria” non è più quella di Piazza Venezia.  

L’Unione europea ha agito in modo rapido con il Recovery Fund e il MES, nella prospettiva del Green Deal e del Next Generation EU. I Paesi dell’Unione europea sono stati chiamati a collocarsi in questa prospettiva, ciascuna con un proprio Piano, entro il 30 aprile 2021. Anche l’Italia. Il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dovrebbe trasportare in fretta il Paese sull’altra riva, quella della creazione.
Ma, da quando è stata lanciata l’idea, il Governo giallo-rosso non è stato finora in grado di produrre questo famoso Piano.  

Giuseppe Conte ha incominciato l’8 giugno 2020 con “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022”, il cosiddetto Piano Colao: 6 obbiettivi e 102 idee. Poco dopo, ha proseguito a Villa Pamphilj, a Roma, con gli Stati generali dell’Economia, iniziati il 13 giugno e conclusi il 21 giugno.

Nella conferenza stampa finale ha promesso un piano di riforme, che “reinventeranno il Paese”, perché sia “moderno, sostenibile, inclusivo, verde”, dentro un “orizzonte pluriennale” con “un raggio di azione allargato all’impensabile”. L’impensabile! Heidegger esulta dalla tomba. Ma… tanto le carte di Colao quanto quelle gli Stati generali sono state subito abbandonate alla critica roditrice dei topi.


Finalmente, l’8 dicembre 2020, a seguito delle ripetute sollecitazioni di Matteo Renzi e di quelle meno gridate di Gentiloni, da Bruxelles, il Governo presenta una Bozza di Piano. Ma di un Piano ha solo il nome. Di fronte alle rimostranze insistenti di Italia Viva, che risvegliano dal torpore un PD sonnecchiante, il testo viene rimaneggiato e riproposto in stesura definitiva  il 12 gennaio 2021, perché possa essere discusso in Parlamento. Nella nuova stesura il Piano ha cambiato le cifre dell’intervento finanziario nelle macro-aree, ma i progetti di riforma sono assenti. Insomma: il Piano è tutto da costruire.

L’Italia è in grave ritardo. La Francia ha consegnato la Bozza il 15 settembre 2020, la Germania un mese fa, la Spagna, la Grecia, l’Ungheria, la Bulgaria, il Portogallo, la Slovenia e la Repubblica Ceca agli inizi di gennaio 2021.
La Frankfurter  Allgemeine Zeitung, espressione dei circoli governativi tedeschi, ha già accusato il Piano italiano di essere un piano di acquisto del consenso elettorale/clientelare con moneta sonante. Difficile darle torto. E’ perfettamente coerente con la cultura corporativa, spartitoria, assistenzialista di Conte, del M5S e del PD meridionalizzato del Ministro Provenzano. D’altronde, l’intero Piano è stortato verso il Centro-Sud, dove anche il PD sta consolidando il proprio baricentro sociale, in amabile competizione con il M5S. Il Nord produttivo nel Piano non c’é.


Perché non riusciamo a uscire dalla palude?
Di fronte al cambiamento rivoluzionario in atto, il Parlamento eletto nel 2018 non è più in sintonia con le urgenze del tempo: non lo sono i partiti, non lo è la maggioranza di governo, non lo è l’opposizione. Il Parlamento del 2018 non rappresenta più l’Italia reale.

Che cos’ha cambiato il Covid-19 dello spirito del tempo? Il giovane viso strafottente del populismo-sovranismo è di colpo avvizzito come il ritratto di Dorian Gray. Più che la politica, l’economia, la cultura potè un virus! Trump ne è stato prima vittima.


E in Italia? Mentre il populismo nelle sue versioni di destra (Salvini-Meloni e parte del M5S) e di sinistra (parte restante del M5S e gran parte del PD) sta ripiegando verso l’antico e sempre-verde assistenzialismo democristiano, i vincoli internazionali di interdipendenza e di corresponsabilità si sono fatti più esigenti: ciascuno aiuta necessariamente l’altro, perché nessuno può fare da solo, ma dentro regole severe e cogenti per tutti. Il tempo delle cicale è finito. Non si può essere internazionalisti, quando si tratta di prendere soldi, e nazionalisti, quando si tratta di spenderli. Al nulla incarnato del retore del popolo Giuseppe Conte, che Zingaretti ha proposto quale “punto di riferimento fortissimo per la sinistra”, la malinconica compagnia di giro televisiva Salvini-Meloni-Taiani non ha finora opposto un Piano alternativo.

Attutiti, ma non abbandonati i toni nazional-autarchici, la destra che si candida a governare ha in mente, a sua volta, principalmente l’assistenza, la distribuzione di denaro, l’espansione del debito pubblico. Per il quale agli euroscettici vanno benissimo anche i soldi  europei: pecunia non olet, salvo riservarsi furbescamente di non restituirli! Mentre sulla scena governo e opposizione duellano con spade di latta, nella realtà si pratica un’unità nazionale basata sull’espansione del debito pubblico – la famose politiche espansive del  Ministro Gualtieri”! – sulle spalle delle future generazioni, destinate a maledirci per decenni.


Così il debito pubblico del terzo quadrimestre è salito al 154,3%. La ex-settima potenza industriale del mondo è precipitata in fondo alla classifica. Peggio di noi è solo Cipro.


Questa struttura della rappresentanza del 2018 è fallimentare, va cambiata. Nel 1994 è stata rinnovata, fu l’89 a generare il cambiamento. Questa volta è il Covid-19 a chiedere la distruzione creatrice dei vecchi schieramenti.  Se non si riesce a costituire un governo di scopo, le elezioni sono un’opportunità.

A questa ipotesi, vengono mosse, da sinistra, due obiezioni.
La prima: c’è la pandemia! La seconda: potrebbe vincere il centro-destra, cioè una coalizione a trazione antidemocratica,  trumpiana, parafascista, antieuropeista, populista.
Quanto alla prima: un governo in carica per l’ordinaria amministrazione è in grado di gestire la distribuzione dei vaccini e la distribuzione dei colori alle Regioni. Lo sta già facendo e continuerebbe a farlo, non peggio di altri Paesi.
Quanto alla seconda: un conto è contestare il carattere democratico delle forze di opposizione e un conto contestarne le politiche.

Non c’è nessun segnale che Salvini-Meloni-Berlusconi vogliano sovvertire le istituzioni democratiche. Emerge qui, viceversa, un antico vizio della sinistra: quello di ritenersi unica e casta vestale della democrazia. Craxi fu denunciato da Enrico Berlinguer come “un pericolo per la democrazia”, poi toccò a Umberto Bossi, poi a Silvio Berlusconi, ora a Salvini-Meloni. In questi anni, l’unica minaccia, peraltro solo verbale e velleitaria, è stata quella del M5S, con la sua idea di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, di “introdurre il vincolo di mandato”, di impeachement contro Mattarella e di voler governare da solo.


E’ ora che la sinistra scenda dall’altare e riconosca agli avversari politici di essere democratici almeno quanto essa ritiene di essere.
Quanto alle politiche, ciascuna forza faccia le proprie proposte e convinca i cittadini. La democrazia è esattamente questo. Ma qui il discorso si sposta sulla qualità delle nuove offerte identitarie e programmatiche relative agli assetti istituzionali, alle idee per riavviare il Paese sulla strada dello sviluppo. Occorre il coraggio della scomposizione degli schieramenti del 2018, per costruire una coalizione per le riforme.


Gli spazi ci sono. D’altronde, gli schieramenti elettorali del 2018 sono in movimento. L’egemonia decennale populista è in crisi. Esiste oggi un bacino di astensione che è quasi la metà dell’elettorato. C’è gloria per tutti.
Naturalmente ai riti post-elettorali della democrazia appartiene anche il lamento ricorrente di chi ha perso il round: “ ha vinto il peggiore!”. Ma non dovrebbe mai essere preso troppo sul serio.

Per gentile concessione dell’autore tratto da santalessandro.org

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

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