Col decreto antirave, ci sarebbero state Pontida o Venezia nel 1996?

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di Luigi Basso – Ogni anno in Italia si registrano centinaia di Rave Party, ma non se ne parla mai, se non, a volte, ex post, in caso di fattacci eclatanti.
Questa volta, tuttavia, in occasione del Rave Party organizzato vicino a Modena si è creata assai curiosamente una grancassa mediatica preventiva che ha così legittimato politicamente il Governo Meloni ad annunciare un intervento in via d’urgenza con un decreto legge.


Il varo della misura, tuttavia, è stato un disastro giuridico e mediatico.
I motivi di perplessità sono molteplici e davvero si fa fatica a non dimenticarne qualcuno.


Innanzitutto la misura del Decreto di Halloween (un vero Mostro giuridico ….) è carente del presupposto dell’urgenza: come è emerso nella conferenza stampa dell’Esecutivo, proprio il fatto stesso che la questione Rave sia dichiaratamente annosa mostra chiaramente che non vi fosse alcuna urgenza nel legiferare.
L’inserimento della norma che introduce l’art. 434 bis c.p. in un Decreto Legge Omnibus, dove si regolano anche cose diversissime, è una prassi aberrante e sbagliata.


La stessa collocazione della norma nei delitti contro la pubblica incolumità sembra ispirata dall’intenzione di sminuire la gravità della misura che mira invece all’ordine pubblico e, solo in seconda battuta, alla pubblica incolumità.


La fattispecie inoltre è talmente vaga da non essere applicabile solo ai rave, ma a qualunque raduno con più di 50 persone che sia ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico (concetto altamente e squisitamente politico), la pubblica incolumità o la salute pubblica.

Con questa norma probabilmente la Pontida o la marcia sul Po sino a Venezia del 1996 in cui si inneggiava alla secessione sarebbero finite con l’arresto di tutti i presenti.


Infatti si trattava di un raduno che dichiaratamente era diretto a modificare la struttura stessa dello Stato Italiano.
In queste ore il Ministro dell’Interno è stato coperto da critiche durissime dal mondo dell’avvocatura e dell’Università ed ha cercato di rintuzzarle assicurando che la norma si applicherà solo ai Rave e non sarà estesa, dichiarandosi offeso: il classico caso in cui la toppa è peggiore del buco e la dimostrazione che un bel silenzio non fu mai scritto.


Infatti il Ministro dell’Interno riconosce in questo modo che la disposizione è estendibile ben oltre i Rave Party (cosa che in effetti è): se il Ministro volesse fugare i dubbi basterebbe aggiungere alla parola “raduni” l’aggettivo “musicali”.


In ogni caso, non si può dubitare che il Ministro Piantedosi sia persona d’onore e non si può dubitare della sua sincerità, ma in uno Stato di Diritto non si può lasciare l’interpretazione delle norme alla gentilezza ed alla buona volontà caritatevole del Ministro della Polizia.
Peraltro, in uno Stato di Diritto, è la Magistratura a definire l’ambito di applicazione della norma e non certo l’Esecutivo.
Infine, la disposizione “anti rave” prevede un range punitivo tale da consentire l’intercettazione telefonica dei partecipanti e degli organizzatori, né più e né meno di quanto avviene oggi nei Paesi autoritari, laddove i raduni pericolosi per l’ordine pubblico sono monitorati ancor prima della loro realizzazione.
E qui si profila già il prossimo probabile campo di intervento del Governo Meloni.


Poiché la stampa oggi non costituisce un problema per il Governo, il prossimo campo di azione saranno i social ed il controllo su di essi?


Il pretesto sarà magari una qualche fake messa in giro sui social, che autorizzerà l’esecutivo a legiferare in senso restrittivo ed oppressivo?


E’ una fase storica che deve compiersi in tutta la sua pienezza e che non deve essere contrastata. Ma confidiamo nella democraticità del governo legittimamente eletto.

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