Città segrete: una Milano mai vista … in tutti i sensi! Assenti i milanesi

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di Pierluigi Crola – Sabato sera, Corrado Augias, quindi uno che di Milano se ne intende e la vive tutti i giorni, ci ha deliziato con uno speciale sulla nostra amata città.

Una volta tanto un programma dedicato alla nostra Milano, anche se con visione “nazionale” (non ricorrono forse i 160 anni del grande equivoco, l’unità fatta con imbrogli e conclusa con un bel centralismo inefficiente?) e calata dall’alto.

Va bene, dunque parlare di Milano, ma almeno che se ne parli in maniera obiettiva. Vediamo perché.

  1. Il grande assente: il popolo. Abbiamo assistito alla descrizione di eventi di massa, i cui protagonisti erano tutti forestee: dalla invasione spagnola, all’arrivo dei francesi con Napoleone, all’accenno all’unità d’Italia, ma non al plebiscito farsa che ha visto Napoleone III consegnare Milano al regno di Sardegna, senza che il popolo potesse opporsi minimamente, come sempre.

E il nostro popolo non è degno di essere citato nemmeno in minima parte? Eppure è quello che ha cacciato il Barbarossa nel 1176, è quello che ha fatto le 5 giornate, anche se con un epilogo, alla lunga infausto, è quello che con le sue partite IVA e le fabbrichette è stato la locomotiva non solo della Lombardia, è quello che con il suo modus operandi e vivendi (lo dico in lingua barbara) ha imposto un modello di vita che funziona in tutto il mondo, tranne che al Sud: serietà, efficienza, puntualità, importanza della meritocrazia.

  1. Gli intellettuali e i potenti: solo quelli funzionali all’unità.

Leonardo, Manzoni, Margherita Sarfatti, Versace, Sindona: cosa hanno in comune questi personaggi citati nel documentario? La maggior parte vengono da fuori, nel caso del Manzoni, che in casa parlava normalmente il milanese, è il principale fautore dell’unità culturale, anticipatore del ruolo nefasto della televisione, che ha unito annientando tutte le differenze.

Ma el nòst Milan non aveva niente di altrettanto valido da mostrare in campo intellettuale come in quello produttivo? Cominciamo dal secondo.

I Martinitt hanno sfornato grandi esempi in tal senso: Angelo Rizzoli, fondatore dell’omonima casa editrice Rizzoli Editore; Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, una delle principali ditte mondiali nel campo dell’ottica; Edoardo Bianchi, fondatore dell’omonima azienda produttrice di biciclette e automobili F.I.V. Edoardo Bianchi.

Ed in campo culturale? Due sono gli esempi che spiccano e di cui ricorrono gli anniversari, opportunamente trascurati perché oscuri al bieco progetto centralista: Carlo Cattaneo, nato nel 1801, grande fautore dell’unica ricetta per sconfiggere i problemi sociali e cioè il federalismo, ed il primo grande poeta che si occupò con convinzione degli ultimi, cioè il popolo, Carlo Porta, morto il 5 gennaio del 1821.

Senza contare altri importanti letterati che scrissero o si occuparono della nostra lingua: Carlo Maria Maggi, Delio Tessa e Giuseppe Parini. Non dimentichiamoci che la letteratura milanese è anteriore a quella italiana, se consideriamo la seconda nata con Dante e non dimentichiamoci che il capolavoro dell’Alighieri era stato anticipato di vent’anni da una “prova generale” di Bonvesin dra Ripa, con i suoi tre libri: De scriptura nigra, De scriptura rubraDe scriptura aurea.

Nel documentario il popolo è trascurato una seconda volta: dopo aver volutamente omesso i suoi successi rivoluzionari, già accennati, ora si omette anche la sua lingua, non un dialetto locale, ma lo strumento con cui esso si esprimeva e con cui si esprimevano quotidianamente anche i fautori dell’unità, che sono andati a sciacquare i panni in Arno, mentre avrebbero fatto meglio a resentà i pagn in del Navili.

  1. Le canzoni e gli interpreti di Milano: solo quelle rigorosamente in lingua franca, mentre la lingua madre, come sempre è la grande assente.

Ovviamente vengono citati grandi cantanti che hanno in comune il fatto di non essere milanesi di nascita e di aver cantato in lingua franca: Giorgo Gaber e Adriano Celentano.

Possibile che la nostra lingua non esprima cantautori altrettanto efficaci ed impegnati?

Errore. Abbiamo un gran numero di cantanti che sono stati protagonisti della canzone in lingua milanese anche nei contenuti sociali e storici, a differenza di quella napoletana, sempre esaltata, dove prevale quasi esclusivamente la melanconia o il sentimento: Nino Rossi, Nanni Svampa, con la sua reinterpretazione di Brassens, Giovanni D’Anzi (di origine napoletana), Walter Valdi (di origine pugliese, come altri due grandi: Mimmo Di Miccoli e Walter Di Gemma), I Cantamilano, Gli Stramilano, Umberto Faini. E l’elenco potrebbe ancora continuare. Ma di questi esempi genuini della storia e dell’animo milanese, neanche un accenno.

  1. Le sue istituzioni “prestigiose”: la borsa, la moda, tutte rigorosamente votate all’internazionalità. Mai che si citino quelle, prestigiosissime, come la Tazzinetta benefica, o i Martinitt.

È vero che l’economia è importante, ma, specialmente in questo periodo, bisognerebbe puntare anche sui valori. E allora perché trascurare la caratteristica principale di Milano, quella del volontariato? In un momento in cui si insiste sull’accoglienza degli extracomunitari, perché non si ricorda chi in passato ha accolto tutti, meridionali compresi, facendoli sentire tutti parte della grande e solidale famiglia meneghina?

A cominciare dalla Tazzinetta Benefica, nata nel 1893, in stile perfettamente meneghino, come tramanda la tradizione: la “Tazzinetta Benefica” nasce il 14 giugno 1893 per aiutare le famiglie milanesi più bisognose.
Si tramanda che, in quegli anni, un gruppo di amici fosse solito ritrovarsi la sera, dopo il lavoro, in un locale chiamato “Tri Scagn” per trascorrere un po’ di tempo giocando a carte. Si dice, poi, che questi accantonassero una parte delle vincite in una tazza di coccio e che, nel 1893, abbiano deciso di utilizzare la somma di denaro raccolta per l’acquisto di panettoni da distribuire alle famiglie più povere del rione. Di qui l’appellativo “Tazzinetta” che, ormai da più di un secolo, contraddistingue questa famosa Associazione milanese. Ed anche il suo motto è abbastanza eloquente sulla voglia di donare disinteressatamente tipica dei meneghini: “semm tròpp pòcch per tanta gent, ma el nòst coeur l’è grand per cent”.

Il comune, invece, ha da qualche anno volutamente trascurato questa meritevole associazione, preferendo alla mostra dei Presepi organizzata da essa per raccogliere fondi per i poveri, l’appalto a bancarelle natalizie, portatrici di denari per l’Amministrazione Comunale, non per il popolo direttamente.

Altra istituzione prestigiosa trascurata, quella dei Martinitt che si occupava degli orfani e dei bambini abbandonati e del suo corrispettivo “femminile”, le Stelline, entrambi di origine plurisecolare.

  1. Altro assente eccellente il carnevale ed in particolare la sua maschera simbolo: Meneghino. Al di là dell’aspetto folcloristico, questa maschera, meneghina appunto, ha una peculiarità unica al mondo: mi riferisco alla trasformazione della figura di Meneghino da semplice maschera a simbolo della milanesità (cosa mai accaduta per nessun’altra maschera). Senza contare che il sinonimo è ambrosiano, nome legato non ad un volgare parrucchiere ma ad un santo di tutto rispetto come Sant’Ambrogio.

Per tornare alla nostra maschera, gli abitanti di Bergamo non si chiamano gioppini, gli abitanti di Torino non si chiamano gianduiotti e gli abitanti di Napoli, non si chiamano pulcinella, mentre gli abitanti di Milano si chiamano meneghini. Con questa che sembrerebbe una semplice battuta di cabaret, si delinea un’altra caratteristica del teatro di Maggi. Il personaggio che rappresenta, insieme alla Cecca, la maschera carnevalesca di Milano, ha saputo assurgere da fenomeno di costume a simbolo di una delle città più rappresentative in virtù di una evoluzione voluta dal nostro sommo artista. Meneghino, diminutivo di Domenico, in origine era un parrucchiere (Meneghin Pecenna) attraente e conteso dalle signore che, in casa propria, si facevano coccolare e raccontare da lui le “novità” più o meno discrete sulle amiche, naturalmente sotto lo sguardo vigile della giovane moglie gelosa, Cecca di Berlinghitt. Maggi fa proprio questo personaggio, conferendogli la figura del popolano milanese, pieno di saggezza e di buon senso, forte nelle avversità, in opposizione alla nobiltà corrotta e decadente, alla borghesia emergente, rapace ed amorale e se ne impossessa a tal punto da identificare sé stesso in lui e firmare “Meneghin” le “lettere aperte” con fine moraleggiante e critico che, in forma di canzoni poetiche, inviava alle “autorità costituite”, civiche ed ecclesiastiche. Ed anche ne I consigli di Meneghino, questo personaggio è sì servo del signore Fabio, ma anche suo precettore. È il primo e unico caso della storia in cui un signore dà ascolto al suo servo.

  1. Un ultimo campo non citato quello dove Milano (e non l’Italia) si è imposta alla grande: quello sportivo. Rappresentato in particolare dal mondo del calcio e della pallacanestro. Da anni la Lombardia e Milano in particolare è il faro dello sport, soprattutto in campo internazionale: 10 Coppe dei campioni, 3 coppe Uefa, 2 Coppe delle Coppe, 7 Coppe Intercontinentali e 5 Supercoppe europee per Inter e Milan, senza contare i risultati in campo italiano (scudetti, coppe Italia e supercoppe italiana).

Sempre esclusivamente a livello internazionale, la pallacanestro Olimpia Milano (ex Borletti, Simmenthal, Cinzano, Armani, ….) ha al suo attivo 3 coppe dei Campioni, 3 Coppe delle Coppe, 2 Coppa Korać  e 1 Coppa Intercontinentale, senza contare una trentina di scudetti ed altre importanti vittorie in campo locale. E questo solo per contare gli sport maggiori.

Ed anche a livello individuale, l’unica esponente ad essersi affermata a livello internazionale in campo sciistico, pur non essendo originaria di un paese di montagna, ma di una città è la milanese Claudia Giordani.

Eppure la realtà sportiva, estremamente importante a livello socio-educativo, e di tutto rispetto per una città che vanta risultati di gran lunga superiori a tutte quelle delle altre regioni, viene ovviamente trascurata.

Passa il tempo ma il metodo centralista della RAI non cambia. Ed il paradosso romanocentrico è sempre lo stesso: una trasmissione popolare, come la domenica sportiva, nata e trasmessa a Milano, doveva pagare l’albergo a un romano, Giampiero Galeazzi, che doveva settimanalmente recarsi nel capoluogo lombardo a nostre spese per effettuare la trasmissione. Ma non avevamo giornalisti milanesi in grado di sostituire un “bisteccone” (è il suo soprannome) romano? Forse che gli eredi del grande Gianni Brera non erano all’altezza oppure Roma doveva avere sempre l’ultima parola? Ed anche nel caso di Augias perché imporre una visione romana? Alla faccia del federalismo.

Concludendo: una occasione persa, una trasmissione consumista e superficiale, un collage di luoghi comuni e di fatti risaputi che non accenna nemmeno a un approfondimento più critico. D’altra parte che cosa ci dovevamo aspettare da una televisione romanocentrica?

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