Celebrata la retorica della Prima guerra, nessuno dice che è da allora che il Parlamento non serve

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di Stefania Piazzo – Passate le celebrazioni retoriche e le rimostranze da parte di chi ripudia l’ipocrisia di celebrare una strage di innocenti, quale è stata la ricorrenza del 4 novembre, forse proprio dal fronte autonomista o federalista o indipendentista come si preferisce, avrebbe dovuto salire una più articolata riflessione. La prima guerra mondiale ha sancito che il parlamento non serve. Non serve più. E’ da allora che il popolo sovrano è una farsa, una truffa? Diciamo che lo è in modo molto evidente.

Le rievocazioni storiche col loro patriottismo da religione laica lasciano il tempo che trovano. Ma anche le code polemiche che guardano solo all’indietro.   Non c’è altro nel repertorio del bagaglio da battaglia?

Del parlamento sovrano nella prima grande guerra, nel guerrone, come lo chiamava Gilberto Oneto, i nostri nonni hanno dovuto farne a meno. I loro figli, nipoti e pronipoti pure. Con il governo Monti, con quello Renzi. Con quello del Conte 1, Conte 2 e Draghi 1.

Come allora, non far decidere al Parlamento portò a dittature. L’Europa massonica di ieri non è forse in modi e tempi diversi quella di oggi?

Un po’ di citazioni. Tra le mie preferite, quelle degli scritti di Giuseppe Reguzzoni.

“Quello di iniziare una guerra o aderire a Costituzioni o trattati senza il voto del Parlamento e sull’onda di pressioni mediatiche non è cosa nuova. Anzi. La Grande Guerra scoppiò, dicono i libri, perché l’Austria-Ungheria aveva posto un ultimatum alla Serbia dopo l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono”. Lo scriveva Reguzzoni anni fa proprio su questo quotidiano autonomista.

“Trasferendo questo all’oggi, fu come la risposta ad un atto terroristico, condotto sotto la regia di un governo straniero: quello serbo. Un po’ come se, ai nostri giorni, il governo di un paese arabo organizzasse l’assassinio del Vicepresidente degli Stati Uniti. Il 23 luglio 1914  il Regno d’Italia alleato con l’Austria e la Germania, proclamò la propria neutralità. Intanto, alla faccia del Trattato stipulato con Austria e Germania, crebbero le pressioni interne per un intervento militare a fianco di Francia e Inghilterra”.

La grande stampa italiana si schierò per il conflitto, mentre cattolici e socialisti avrebbero preferito starne fuori, come tutto il resto della popolazione.

“Contrario al conflitto era anche Giolitti, convinto che convenisse essere prudenti perché in tal modo si sarebbe potuto ottenere molto di più dall’Austria. La svolta si ebbe il 26 aprile 1915, quando il ministro degli esteri Sidney Sonnino, ignaro il Parlamento, firmò il trattato di Londra, con cui il Regno d’Italia s’impegnava a entrare in guerra a fianco dell’Intesa, in cambio di Trento, Trieste e di non meglio precisate compensazioni coloniali”.

E il Parlamento? Un accessorio eletto per la prima volta a suffragio universale (maschile) nel 1911.

Salandra, primo ministro, fece finta di dare le dimissioni.  Vittorio Emanuele III disse a Giolitti: occupatene tu. Ma visti gli antefatti non ci pensò proprio. Accadde che il re diede poteri speciali al governo, con Salandra primo ministro. Alè.

Ecco qua. Entrammo in guerra il 24 maggio 1915. Ricorda Reguzzoni nella sua camminata storica:  “Nel novembre del 1916 il nuovo imperatore, Carlo I, offrì all’Italia il Trentino in cambio di una pace separata, lasciando anche intravvedere la possibilità di una cessione di Trieste, una volta «verificati i reali sentimenti di italianità di quelle terre». Sonnino ancora una volta rifiutò. L’Italia ebbe 650.000 morti, un terzo dei quali assassinati dalle decimazioni del generalissimo Cadorna o dal rifiuto di assistere i prigionieri di guerra, perché considerati disfattisti”.

Finito tutto sappiamo cosa arrivò. Il fascismo. E la seconda guerra mondiale. Mica serviva il Parlamento. E oggi? Oggi dov’è la politica? Dove sono i competenti eletti dal popolo? Li dobbiamo pescare dalla finanza? Sì. perché la politica ha rinunciato a fare il suo mestiere, sta su facebook. Il dramma vero sta tutto qua. Nei partiti pieni di inetti, da sinistra a destra, sia chiaro.

Che  «la sovranità appartiene al popolo», è un modo di dire, è una porcellana preziosa che arreda la vetrinetta di casa. Ma il popolo è un’altra cosa. La sovranità non risiede dove decidono per noi. La dovremmo cercare altrove o, forse, riconquistare. Con meno slogan e lamenti.  E, senz’altro, non credere che di casa abiti sui nostri commenti social. Lì, proprio, contiamo una fava.

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