Cambiare partito, svuotare un partito… Il mercato di quelli che l’autonomia la tirano fuori alle elezioni

Lettura 3 min

di Roberto Pisani – “Tutti noi ce la prendiamo con la storia, ma io dico che la colpa è nostra. È evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra. Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?”

Con queste parole inizia una famosa canzone dell’indimenticato ed indimenticabile milanesissimo Giorgio Gaber. E mai come come in questo periodo queste parole risultano attuali. Basta citare alcuni numeri per rendersene conto. Si avvicina infatti ormai a 300, tra deputati e senatori, il numero dei parlamentari che hanno cambiato casacca, numeri degni del miglior mercato delle vacche. Ma d’altronde cosa dobbiamo aspettarci da un Parlamento che non ha mai brillato per onestà intellettuale e che non tutti certamente amiamo. C’è chi voleva aprirlo come una scatoletta di tonno e invece si è trasformato in una grande stalla, in senso metaforico ovviamente.

La causa principale di questa migrazione la si può ritenere la riduzione dei parlamentari stessi a causa del risultato del referendum e la conseguente ricerca della promessa di un seggio sicuro, anche se personalmente credo che il motivo possa essere un altro: la totale assenza di ideali o la svendita degli stessi in cambio di comode poltrone con la quale tenere il proprio deretano al caldo.

E allora si scopre che i comunisti diventano fascisti, i fascisti democristiani e i democristiani comunisti.

Poi c’è anche chi trasferisce da una parte all’altra l’intero partito, militanti (o militonti) compresi e si scopre che qualcuno nasce autonomista e federalista e poi sposa il più becero nazionalismo come se la questione settentrionale non fosse mai esistita. Ma qui siamo agli estremi.

E gli statuti? Carta straccia, tanto nessuno li legge, più o meno come i programmi elettorali. E gli ideali? Ma dai non scherziamo! Forse qualcosa è rimasto ancora da parte di qualche nostalgico fascista o antifascista però è meglio tirarli fuori al momento giusto, ad orologeria, magari in campagna elettorale.

E la stessa fine fa l’Autonomia, argomento da rispolverare di tanto in tanto, magari sotto elezioni, e magari solo a certe latitudini per non indispettire altri bacini elettorali.

Però qualcuno ci crede ancora e continua a lottare per questo, 365 giorni l’anno, senza guardare a destra o a sinistra, perché certe tematiche non hanno nessuna dislocazione in quei palazzi troppo lontani, ma hanno casa sui territori, sulle strade, nelle piazze, nelle fabbriche, tra gli operai e gli imprenditori che soffrono per uno stato centralista, esoso e macchinoso.

E come cantava Gaber “Noi ce la prendiamo con la storia ma io dico che la colpa è nostra”. Solo la nostra!

“Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra. Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Basta!!!!”. Cit. Giorgio Gaber.

Servizio Precedente

Un giorno sul pero, un altro sul melo. La Lega dal Green pass passando per Durigon e Maraventano

Prossimo Servizio

Tangenti: Caianiello chiede di patteggiare, 4 anni

Ultime notizie su Opinioni