Brexit, i primi danni della pathos-crazia

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di Luigi Basso – La protesta dei pescatori scozzesi contro il Governo Johnson, davanti a Downing Street, ha fatto il giro del mondo.
I dimostranti hanno parcheggiato a Downing Street decine di tir carichi di pesce del mitico (e mitologico) Mare del Nord, che la Brexit avrebbe dovuto restituire ai suoi legittimi proprietari britannici cacciando i cattivi (e un po’ predoni di pesce altrui) pescherecci del continente.


Il tema del contendere è che la Brexit si è dimostrata in realtà un pessimo affare per i pescatori, tra le categorie più ferocemente brexiteer: le lunghe code doganali stanno causando, infatti, il deperimento del pescato che non può più essere venduto nel mercato UE.


In pratica, i pescatori britannici hanno ora tanto pesce, ma pochi clienti.
Questo esito fa il paio con la beffa (per loro fortuna non tragica come nell’esempio dei pescatori) che i separatisti dell’Irlanda del Nord hanno dovuto patire con la Brexit: fieri difensori del Remain, non avevano capito che con la Brexit avrebbero raggiunto, come è stato, la secessione di fatto da Londra.
Oggi si trovano liberi dalla Gran Bretagna, nel mercato europeo, loro malgrado: fosse stato per loro sarebbero ancora a prendere ordini da Downing Street.
La morale è che tutte le decisioni politiche che si basano su narrazioni suggestive che fanno leva sulle emozioni, sul pathos, hanno un grado maggiore di seduzione, ovvio, ma alla prova dei fatti non reggono alla forza della ragione e della logica.


I sovranisti britannici dicevano che con la Brexit avrebbero riacquistato le redini del proprio destino, sarebbero tornati potenti come ai tempi della Regina Vittoria, esattamente come i sovranisti italici predicavano (ora se ne guardano bene) il ritorno alla Lira come sicura ricetta per tornare ai tempi del boom economico.


La Brexit dovrebbe aver insegnato che la democrazia che diventa pathos-crazia (da pathos, appunto) causa solo gravi danni.

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