Bozza Calderoli sull’Autonomia. Una scatola ancora piena di spesa storica delle Regioni?

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di Gianantonio Bevilacqua* – In questi giorni si sta diffondendo il testo del disegno di Legge a firma Roberto Calderoli, denominato “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”. Si tratta della ennesima versione dopo le bozze di Leggi quadro già presentate dai Ministri Francesco Boccia, nel governo giallo-rosso e da Mariastella Gelmini nel governo “Draghi”.

Partiamo dal presupposto che la Costituzione, all’art. 116 al terzo comma cita testualmente : “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.

A seguito del Referendum sulla Autonomia, svoltosi in Lombardia ed in Veneto nel 2017, dove 5,5 milioni di cittadini a grandissima maggioranza, approvarono le richieste di maggiore autonomia, furono firmati i tre preaccordi Stato –Regioni (si aggiunse l’Emilia Romagna). Quel testo, ripetiamo, firmati dai tre Governatori e dal Governo Gentiloni, tra l’altro afferma che debba essere messo in essere un negoziato diretto tra lo Stato ed ogni Regione, relativo alle materie richieste appunto da ogni regione. I preaccordi definiscono anche il percorso successivo alla intesa tra Stato e Regioni :

L’approvazione da parte delle Camere dell’Intesa, che sarà sottoscritta ai sensi dell’Art. 116, terzo comma, della Costituzione, avverrà in conformità al procedimento, ormai consolidato in via di prassi, per l’approvazione delle intese tra lo Stato e le confessioni religiose, di cui all’art 8 terzo comma, della Costituzione”, il quale cita che “I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.” . Questo elemento funge da rafforzativo al fatto che l’Intesa avviene strettamente tra Stato e Regione, senza interferenza di altri organismi legislativi.

Ma vediamo nel Disegno di Legge Calderoli quali siano le difformità rispetto al processo, semplice, descritto nell’articolo 116 e nei preaccordi firmati.

L’Art. 2 comma 3 cita “Lo schema di intesa preliminare negoziato fra Stato e Regione è approvato dal Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delegato per gli affari regionali e le autonomie, ed è poi sottoscritto dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Presidente della Giunta regionale”

E fin qui ci siamo. Dove non ci siamo più è quanto scritto nell’Art. 2 comma 4 : “Lo schema di intesa preliminare di cui al comma 3, dopo la sottoscrizione, è immediatamente trasmesso alle Camere per l’espressione del parere da parte della Commissione parlamentare per le questioni regionali di cui all’articolo 126, primo comma, della Costituzione. Il parere è reso entro trenta giorni dalla data di trasmissione dello schema di intesa preliminare, audìto il Presidente della Giunta regionale”. Il passaggio dalla Commissione parlamentare non è previsto nell’iter della Costituzione e tantomeno nell’iter dei preaccordi firmati Stato Regioni. Risulta quindi un primo elemento di disturbo che potrà portare ad emendamenti al testo concordato e sottoscritto dal Presidente del Consiglio. Infatti il parere della Commissione porterà il presidente del Consiglio ad emettere il testo definitivo (quindi il precedente concordato con le Regioni non lo era) . Questo testo viene poi rimandato alle Regioni che a loro volta lo approvano (o non lo approvano). Sul testo definitivo produce poi un DDL (Disegno di Legge) di mera approvazione da presentare alle Camere (comma.5).

Il governo ha comunque la facoltà di non conformarsi al parere delle Camere (art. 6) e trasmette alle Camere le motivazioni per le quali non intende conformarsi. L’intesa definitiva viene sottoscritta, dopo l’approvazione del Consiglio dei Ministri, dal Presidente del Consiglio e dal Presidente della Regione interessata (comma.7). Successivamente il DDL di cui all’art.5 precedente unitamente alle intese concordate (comma.7) viene trasmesso alle Camere per mera approvazione a maggioranza assoluta.

Quindi già vediamo che l’Art. 2 inserisce un “ping pong” tra Regioni, Consiglio dei Ministri e Commissione Parlamentare che complica decisamente l’iter precedentemente previsto permettendo di fatto modifiche ed emendamenti al testo inizialmente concordato tra Governo e Regioni (comma 3). Insomma, vi sono tutti gli strumenti per indebolire l’impianto iniziale che invece dovrebbe essere portato direttamente al voto delle Camere.

Ma il piatto forte arriva con l’Art. 3 del DDL Calderoli, i famigerati LEP, Livelli essenziali di prestazioni che afferma come “il trasferimento delle funzioni e delle risorse corrispondenti ha luogo a seguito della determinazione dei relativi livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” appellandosi alla lettera “m” dell’Art. 117 della Costituzione. Dopo i 12 mesi senza che siano stati definiti i LEP, le funzioni possono essere trasferite alle Regioni ma………

…qui arriva il bello….comunque fino alla determinazione dei livelli essenziali di prestazioni, l’erogazione dei servizi segue il principio della spesa storica ovvero quella esistente che determina i contributi da conferire alle Regioni sulla base della spesa degli anni precedenti ovvero, se una Regione spende tanto anche se produce poco, avrà comunque l’anno successivo un contributo sulla base di quanto ha speso e non invece sulla qualità dei servizi erogati……

Sappiate che questo metodo è in vigore dal 1977 (decreti Stammati) ed è uno dei più grandi “furti” legalizzati di questo paese. Se una Regione spende e spande, magari per favorire clientele, “addomesticare” appalti o semplicemente per incapacità, questa verrà premiata l’anno successivo.

E poi una domanda. Quanto (ci) costerà far si che i livelli essenziali di prestazioni siano raggiunti in tutte le parti del paese? Scuola, sanità, servizi pubblici, trasporti……sono tutti LEP. Quanto ancora dovremo pagare perché il Sud li raggiunga? Un’altra cassa del mezzogiorno mascherata.

E dopo aver passato le precedenti forche caudine, vediamo come, secondo i preaccordi e secondo la bozza Calderoli, verrà spesata l’Autonomia.

Secondo i preaccordi :

a) compartecipazione o riserva di aliquota a uno o più tributi erariali maturati sul territorio (IVA, IRPEF ecc)

b) spese sostenute dallo Stato nel territorio regionale, sulle materie attribuite alla regione (è la spesa storica, criterio da superare in via definitiva)

c) fabbisogni standard, da determinarsi entro un anno dalla approvazione dell’Intesa e che progressivamente, entro cinque anni dovranno superare la spesa storica

Secondo la bozza Calderoli :

Il precedente punto b) rimane in vigore fino a determinazione dei fabbisogni standard entro un anno dall’entrata in vigore della Legge. Nessun limite invece viene indicato per il superamento della spesa storica come invece previsto nei preaccordi in cinque anni.

Il punto a) inerente alla compartecipazione o riserva di aliquota fiscale rimane solo a complemento di quanto mancante a coprire i costi delle Regioni e non come parametro indipendente. Impossibile quindi pensare che una buona amministrazione regionale possa capitalizzare anno per anno l’aliquota fiscale. Faccio un esempio. Se fosse concordato che la Regione possa trattenere il 2% di IVA prodotta sul territorio regionale, nel caso dei preaccordi, negli anni successivi, un aumento dei consumi in Regione produrrebbe un aumento della quota fiscale derivante dal quel 2%. Nel caso della bozza Calderoli, quel 2% sarebbe automaticamente calcolato come differenza di quanto ricavato attraverso spesa storica prima e costi standard dopo. Un altro imbroglio !

Veniamo ad un’altra “tagliola” che troviamo all’Art.6 comma 1 che dice : “L’intesa di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione può indicare la propria durata e può in qualunque momento essere modificata su iniziativa dello Stato ovvero della Regione interessata, con le medesime modalità previste nell’articolo 2”.

Ciò in sintesi significa che, qualora lo Stato voglia modificare o interrompere l’intesa, lo può fare senza particolari problemi.

Insomma, per un lettore un po’ distratto, sembrerebbe che la bozza Calderoli ricalchi in buona sostanza quanto previsto nei preaccordi. In realtà i trabocchetti e le tagliole inserite, fanno si che se mai verrà concessa un’ombra di Autonomia, questa sarà debole, con poche risorse ed eliminabile dallo Stato in ogni momento. Piuttosto che niente, direte voi, cominciamo a prenderci questo. Certo, ci verrà detto che finalmente avremo l’Autonomia, qualcuno per anni si riempirà la bocca e farà il pieno di voti, avendo portato a casa poco o niente per non scontentare le parti del paese che solo a sentire il nome “Autonomia” alzano le barricate.

Allora battiamoci invece per due battaglie fondamentali. La prima è vedere applicata la riforma sul federalismo fiscale del 2009, rimasta ferma dopo l’avvento del governo Monti e che non ha ancora visto approvati i decreti attuativi più importanti, tra cui l’introduzione dei costi standard (ma quello su Roma capitali si però !). E poi battiamoci per una vera riforma federale dello Stato dove i cittadini ritornino a contare davvero e che sarebbe davvero la tomba per un sistema centralista che sta difendendo se stesso anche attraverso fatiscenti leggi sulla Autonomia che, scusate il francese, sono delle vere e proprie prese per i fondelli.

*Presidente Comitato 22 ottobre

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