Alunni teppisti, fenomeno galoppante. La scuola sotto scacco e quegli psicologi mollaccioni

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di Sergio Bianchini – I genitori della scuola primaria “Collodi” di Jesi (Ancona), mossi dalla preoccupazione per l’incolumità fisica dei figli, decidono di non mandarli per qualche giorno a scuola sperando così di ottenere misure risolutive di una situazione insostenibile.

La notizia sarebbe deflagrante in ogni paese normale. Ma in Italia ormai da anni tutta l’élite culturale, dal ministero ai giornalisti, agli psicologi, ha deciso che le aspettative dei genitori sono sbagliate. Desiderare una scuola ed una classe dove si svolgano lezioni ordinate e tranquille, dove non ci siano rischi di aggressioni da parte di alunni turbolenti nei confronti di compagni di classe è diventata una richiesta “egoistica”, conseguenza di un modo di essere asociale delle famiglie.

Il processo di degrado della vita scolastica è diventato galoppante negli ultimi anni. Basta parlare con qualunque alunno a partire dalla scuola elementare, ma anche dalla scuola dell’infanzia, e chiedere quanti siano in classe “quelli che disturbano”. La risposta è sicura ed immediata: “due, anche tre o quattro”. Se poi si chiede quante ore sulle sei o otto della giornata scolastica siano libere dal caos la risposta è “mai” o “quasi mai”.

Questa realtà si dilata sotto gli occhi di tutti senza che insegnanti e presidi vengano guidati a trovare le soluzioni al problema. Le soluzioni ci sono e sono semplicissime ed utili anche per i “turbolenti”, che di fronte alla passività rassegnata degli adulti vedono aumentare all’infinito il proprio campo di possibilità.

Il ministro dell’Istruzione Berlinguer negli anni 90 diede ai consigli di istituto delle scuole la facoltà di formulare il regolamento disciplinare. Le misure centrali precedenti erano ragionevolissime e sufficientemente graduate. Mai erano previste punizioni umilianti o corporali. Vi era solo una graduazione dell’allontanamento, dopo il richiamo, dalla vita di classe dell’alunno indisciplinato per uno due tre giorni oppure 15 giorni, oppure fino al termine delle lezioni. Misure quasi mai attuate.

Di fatto vigeva prevalentemente e impropriamente un voto negativo di materia oppure, e questo legittimamente, l’allontanamento dall’aula fino al termine della lezione.

Ma l’obiettivo ideologico delle nuove élites culturali consisteva proprio nel delegittimare l’allontanamento dal gruppo classe dell’alunno disturbatore o indisciplinato. La cosa doveva servire ad eliminare gli “abusi di potere” di docenti autoritari che cinquant’anni fa c’erano ancora, ma negli anni Novanta erano totalmente scomparsi. Anche nei presidi una visione autoritaria era totalmente introvabile in quegli anni, dove ormai la generazione del ’68 stava prendendo il sopravvento.

Gradualmente il ruolo direttivo dell’insegnante è divenuto sempre più debole. Ma debole non solo nel contenimento delle deviazioni comportamentali. È diventata debole e perfino nulla anche la capacità di tener conto sul piano organizzativo ordinario delle caratteristiche degli alunni, delle famiglie e del mondo del lavoro nei giorni nostri attuali.

Il comune sentire delle famiglie è stato completamente delegittimato e sostituito dalla psicologia i cui professionisti, nella scuola, dopo i primi entusiasmi, sono visti con distacco o titubanza o perfino ostilità.

Lo psicologo, sostenuto dai vertici scolastici locali e ministeriali e dai media, non si occupa mai di preservare il clima tranquillo ordinato e costruttivo dentro la classe. Il suo obiettivo è far sentire in colpa e dissuadere chiunque non accetti la “presenza” del problema, dell’alunno ingovernabile nella classe. Di fronte alle richieste di indicazioni concrete per gestire entrambe le esigenze, quella di socialità per l’alunno turbolento e quella di serenità della classe, alza gli occhi al cielo, e se sollecitato a portare esempi concreti di gestione con successo, non trova mai una risposta.

Oggi anche nelle medie l’allontanamento dall’aula dell’alunno che disturba la lezione è diventato impossibile. La motivazione non è più psicologica ma organizzativa, ed in effetti lasciare un alunno nel corridoio è oggi inappropriato e impossibile per la sicurezza, visto che avere un bidello nel corridoio è un’altra delle cose impossibili della scuola dominata dalle istanze sindacali, egualitarie, antiautoritarie.

Ma niente impedisce che in biblioteca o in un’aula apposita ci sia un docente dedicato a gestire eventuali alunni allontanati dall’aula. Questa misura, se attuata, darebbe certezze ai docenti di classe e servirebbe tantissimo a fissare la soglia comportamentale ordinaria nel lavoro quotidiano.

Dopo i primi tempi sicuramente gli allontanamenti sarebbero limitatissimi. Per esperienza aggiungo che nelle prime due ore di lezione della giornata l’utilizzo del sistema sarebbe perfino nullo. Certo non si potrebbe applicare questo metodo ai casi gravissimi, come sembra quello della scuola di Jesi dove – stando alle cronache – si può supporre di essere di fronte ad un caso certificato per il quale la turbolenza e l’ansia sono continue e richiedono un docente o un assistente comunale dedicato per tutte le ore di scuola.

Ma anche in presenza di queste necessarie e spesso presenti condizioni, il tema del lavoro dentro o fuori dall’aula rimane, non volendo abbandonare il terreno della relazione tra il “caso” ed il gruppo dei pari. Una relazione stimolante ed utile sui due lati ed anche per docenti e famiglie, se controllata e nella misura adeguata.

Nella mia scuola media provammo con risultati positivi ad usare due linee di gestione parallele. C’era uno spazio dedicato all’alunno in questione, dove l’adulto lo conduceva quando lo vedeva raggiungere un alto stato di tensione. La tensione era legata sia alle relazioni coi compagni che alla tipologia di lezione. Durante le ore di attività motoria o di disegno c’era persino un coinvolgimento nel lavoro d’aula.

La tensione era generata anche da dinamiche di genere, per cui era chiara la maggiore efficacia di un adulto maschio, che ovviamente il sistema attuale delle graduatorie non rispetta.

Si provò anche a ridurre le ore di permanenza a scuola con un orario personalizzato e diverso da giorno a giorno. La famiglia gradiva poco questa misura e ciò comprensibilmente, viste anche le difficoltà di gestione in famiglia. Ma contro la riduzione del tempo scuola era anche tutta la cultura dominante (esclusi per motivi evidenti i docenti coinvolti) nella scuola, che vede nel costante ampliamento del tempo scuola l’avvenire.

Le ragioni del dogma del tempo lunghissimo e pieno magari anche serale, secondo dogma dopo quello dell’inclusione totale, sono state da me esaminate tante volte. Questi due dogmi sono così forti che impediscono un bilancio concreto e sincero della situazione organizzativa della scuola ed annientano sul nascere qualunque idea di vera riforma.

Io però insisto e continuo a proporre una scuola dove le ore curricolari siano 3 o 4 al giorno e svolte al mattino. Con pomeriggi dedicati ad attività mirate sia di recupero che di orientamento. Attività però opzionali e svolte in piccoli gruppi di 5 o 6 alunni, ma in caso di necessità anche su numeri inferiori, fino a giungere anche al rapporto 1 a 1. Attività mirate svolte dagli stessi docenti del mattino che potrebbero avere nel contratto un monte ore suddiviso tra lavoro a classe intera e lavoro mirato in misure sopportabili e oserei dire piacevoli.

Per gentile concessione dell’autore da Sussidiario.net

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