30 anni di Mani Pulite. Josi, braccio destro di Craxi: Finanziamento illecito è sempre esistito

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 “Non parlo di politica. Non ho titoli per farlo. Anche se per anni mi è parso che vantare un’inscalfibile incompetenza risultasse una precondizione abilitante per essere candidabili a tutto…”. Ultimo segretario dei giovani socialisti, poi braccio destro di Bettino Craxi in tutti gli anni di Hammamet, quindi produttore televisivo di celebri trasmissioni fino all’ultima vita di comunicatore del mondo Tim (suoi gli spot dal ballerino in poi; oggi è uscito dal gruppo telefonico), Luca Josi, interpellato dall’Adnkronos sui trent’anni da Tangentopoli, spiega di essere stato interrotto in una riunione sul metaverso. Dopo trent’anni tre minuti ce li dedica? “Grazie no”. Ancora timori? “Guardi, l’opportunismo mondano e tattico, di cui diventare craxiano nel ’92 rappresenta l’epifania, non è il mio obiettivo esistenziale”. Alla fine Josi una riflessione la fa: “Tangentopoli? Parliamo di una stagione che si alimenta dei fatti consumatasi tra l’89 e il ’92 (dall’amnistia che aveva cancellato tutti i precedenti reati di finanziamento verificatisi prima del crollo del muro di Berlino fino alla caduta della ‘prima repubblica’). Una finestra di poco meno di tre anni che rappresenta la ragione del lavacro degli ultimi trenta in cui l’italiano ha affinato un suo carattere: ferocemente calvinista col prossimo; generosamente cattolico con se stesso”. “Dopo trent’anni la politica scivola ancora sul materialismo storico di uno scontrino, di una sovvenzione o di un’erogazione di una fondazione dimenticandosi che tutto costa, anche organizzare il proprio funerale, figuriamoci costruire e gestire un movimento politico – osserva – Il finanziamento illecito è drammaticamente sempre esistito. Chi è senza peccato s’informi dal proprio cassiere…” Il finanziamento illecito, secondo Josi, “è stato definito lecito o illecito a seconda dell’epoca e nella stessa epoca a seconda dei partiti. A meno che non si desideri una plutocrazia, che non sarà la democrazia di Minni e Topolino, ma quella di un manipolo di paperoni che si autofinanzierà per governare un universo di paperini”.

essimista? “Assolutamente no, forse consapevole dei rischi – sottolinea Josi – Come quello che si passi, senza soluzione di continuità, dai ‘no vax’ ai ‘fiat lux”, per la bolletta elettrica. Per poter philosophari occorre prima vivere. E una volta detto grazie al vaccino ritroviamo il cretinismo emotivo incistato nelle politiche energetiche di chi è contro il nucleare, ma non si preoccupa di accendere il suo tostapane grazie all’energia atomica francese (nel clima del ’92 si sarebbe configurato il reato di ‘ricettazione energetica’ essendo il nucleare in Italia bandito dal referendum del 1987). È una società buffa quella in cui molti parlano in modo illiberale grazie a una libertà che non hanno conquistato; vivono e godono di un benessere che non hanno prodotto; sentenziano su un passato che non conoscono. Insomma forti di quel senso del nuovo, dell’ideale, che comunque si incarni non permetterà a un cretino di essere altro che un cretino”. Josi dice all’Adnkronos di non essere pentito delle posizioni sostenute in quegli anni. “Ma no! Perché se sei così pessimista da non voler difendere la tua storia non puoi essere così ottimista da sperare che qualcuno lo faccia al posto tuo. Sono nato da socialisti, vissuto tra socialisti e morirò socialista. Scoprendo, forse, un giorno cosa questa parola – così maltrattata dalla storia – voglia dire nel suo fondo”. Ci voleva coraggio? “Non era coraggio, che a volte è solo la misura della codardia e del tradimento altrui. Ho trovato giusto parlare quando altri tacevano e poi tacere quando in tanti hanno ricominciato a parlare. In verità da noi vige una certa forma di coraggio tombale. Viene dopo e si crede abbia effetti retroattivi (condonando le pavidità del prima). Comunque, continuo a pensare che se non affronti i problemi, loro, presto o tardi, affronteranno te”. Quanto all’antipolitica, “non è che la politica di qualcun altro in cui il parlamentare non è più il percorso finale di una selezione ma quello casuale della sua designazione”, sottolinea Josi, che poi, alla domanda se abbia in mente di tornare a fare politica, si schernisce: “Sì sì, certo. Tra trent’anni”.

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